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Ansia del nuovo ma nulla cambia

La parabola di Donald Trump, dall’ascesa irresistibile alla caduta attuale dei consensi, è un caso di scuola dell’involuzione del populismo, e della pericolosità delle scelte che induce, azzardate costose e sconsiderate quando le cose vanno bene e di un estremismo quasi psicopatico quando ci sono difficoltà. La democrazia, il suo contraltare, è in crisi dall’epoca della caduta del Muro, che pure era la sua grande vittoria, e da allora ha messo in discussione sé stessa. Il sentimento popolare ha chiesto sempre più, di osare in nome di elezioni vinte, scambiandole con l’autorizzazione ai pieni poteri, e quindi a far a meno delle regole che caratterizzano la democrazia liberale, considerate ritualità ed inganni di vertici furbastri, anziché sacrosanto controllo del potere che deriva dal voto.

di Beppe Facchetti | 10 Aprile 2026

La parabola di Donald Trump, dall’ascesa irresistibile alla caduta attuale dei consensi, è un caso di scuola dell’involuzione del populismo, e della pericolosità delle scelte che induce, azzardate costose e sconsiderate quando le cose vanno bene e di un estremismo quasi psicopatico quando ci sono difficoltà.

La democrazia, il suo contraltare, è in crisi dall’epoca della caduta del Muro, che pure era la sua grande vittoria, e da allora ha messo in discussione sé stessa. Il sentimento popolare ha chiesto sempre più, di osare in nome di elezioni vinte, scambiandole con l’autorizzazione ai pieni poteri, e quindi a far a meno delle regole che caratterizzano la democrazia liberale, considerate ritualità ed inganni di vertici furbastri, anziché sacrosanto controllo del potere che deriva dal voto.

E’ prevalsa sempre più, da allora, la via della semplificazione e – visto che l’esperienza politica e culturale era una aggravante – della ricerca del nuovo per il nuovo, in realtà riducendo la politica a emozione e a modo di affrontare i problemi secondo l’ottica dell’uomo comune. In apparenza quanto di più democratico in senso stretto si possa concepire.  Senza orpelli, contrappesi e cautele, ma in realtà senza reti di sicurezza. 

In Italia, tutto è cominciato dando l’assalto alle regole elettorali. Proto populista fu Mario Segni, che ottenne per via referendaria che non ci fossero più le preferenze – l’equivalente della corruzione – scegliendo un maggioritario quasi uninominale, non come una tecnica tra le altre, ma addirittura come via salvifica della moralità comune.

Nacque il mito dell’uomo (o della donna) forte, demonizzando le intermediazioni, non solo quelle istituzionali (Magistratura, Corte dei Conti, stampa libera, cultura e università) ma anche quelle per così’ dire spontanee: partiti, sindacati, associazioni.

Il risultato è stato quello di leggi elettorali che richiedono continui aggiustamenti, cominciando dal vizio del “collegio sicuro” del mite Mattarellum per arrivare alla drastica designazione dell’intero Parlamento nel chiuso di due tre stanze di partito, stroncando qualunque rapporto tra elettori ed eletti. Nessuno conosce il proprio rappresentante, tutti sanno solo chi è il leader di riferimento. Oggi, si dice che al Governo c’è una classe dirigente inadeguata e incompetente (ma lo si disse anche per i grillini e un po’ per i leghisti), ma non si dice mai il motivo, e cioè che a monte non c’è stata selezione, competizione, misurazione della capacità ma solo della fedeltà. Le primarie finora sono state delle finzioni. I candidati potenzialmente migliori o stanno alla larga o nessuno li cerca. Chi vince va allo sbaraglio in un mondo che per giunta è diventato più complesso e richiede assoluta professionalità. Chi perde si è comunque preparato da tempo solo a farsi benvolere dalla ristretta élite che decide le liste e questo incide sulla qualità ad esempio dell’opposizione attuale, paralizzata e timorosa al suo interno per non dispiacere a chi comanda.

Ogni volta, comunque, si è esercitata la ricerca disperata del nuovo. Sparito in maniera persino imbarazzante Segni (aveva perso il biglietto vincente della lotteria), il più nuovo è sembrato a lungo Berlusconi, ma finito lui ci si è buttati su Di Pietro, Renzi, Grillo, Conte come risposta al grigiore di politici pur preparati come Gentiloni o Letta e di tecnici come Monti e Draghi. Giorgia Meloni è stata infine la scelta dell’unica oppositrice in verità seria di tutto questo, ma molti si sono fermati prima, non andando a votare. Ora governa da 4 anni e all’orizzonte per la prima volta non vi sono altre novità da vagheggiare. Chissà se servirà a placare l’ansia che ha divorato uno dopo l’altro tanti leaders. Di nuovo ci sarebbe Vannacci, è vero, e già risulta determinante – insieme al ben diverso Calenda – nel previsto equilibrio tra i due blocchi.

Chissà che, in questo anno che ci separa dalle elezioni, magari aiutati dalla severità delle scelte imposte dalla politica internazionale, si torni a far prevalere il valore della competenza rispetto a quello della discontinuità purchessia. Non erano conservatori, pur votando No, i tanti giovani che si sono presentati al referendum.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : Editoriale

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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