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Ancora di riforme

di Lorenzo Borla | 18 Maggio 2014

Può essere che la riforma elettorale finora proposta (e votata dalla Camera) sia assai migliorabile, così come la riforma del Senato: ma l’unica via ragionevole è il compromesso.

elezioniDa molto, molto tempo la stragrande maggioranza dei politici sembra essere d’accordo sulla necessità di alcune riforme: fra le altre il superamento del bicameralismo perfetto, la riforma del titolo V della Costituzione (ovvero la divisione di competenze di Stato e Regioni) e una legge elettorale che migliori il Porcellum del 2005. Si sono ascoltate nel corso di questi anni, da parte dei politici, infinite dichiarazioni pubbliche di condanna del presente stato di cose; e varie invocazioni: via il Porcellum, via il Senato come è, da rifare il Titolo V. Ma nel momento in cui si viene al dunque, e cioè di volgere in positivo le grandi critiche, si scatena un dissennato putiferio. Se sono un migliaio i rappresentanti politici nazionali (Camera più Senato) sono mille le opinioni su come si vorrebbero le riforme. Si può capire: il punto di vista della stragrande maggioranza dei politici non è orientato dal massimo bene pubblico, ma indirizzato al maggior beneficio personale e della propria parte politica. Di conseguenza il risultato di qualsiasi iniziativa è stato finora lo stallo; oppure una pessima legge come il Porcellum. Nel momento in cui qualcuno – Matteo Renzi – prende in mano il pallino, con l’intenzione di arrivare a una conclusione che raccolga un largo consenso, trova davanti a sé difficoltà pari al sesto grado superiore. Tanto più adesso che si avvicinano le elezioni di maggio, destinate a un riassetto importante degli equilibri e dei poteri; per cui viene ritenuto necessario dai politici rimarcare le differenze piuttosto che gli accordi. La morale è che difficilmente le riforme andranno in porto prima della fine di maggio, se mai ci andranno. Ora, può essere che la riforma elettorale finora proposta (e votata dalla Camera) sia assai migliorabile, così come la riforma del Senato: ma l’unica via ragionevole è il compromesso (come suggerito da Giorgio Napolitano) tale per cui sia raggiungibile non l’unanimità (non potrebbe aversi mai) ma una significativa maggioranza. In democrazia funziona così.

Pubblicato in : Primo piano

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