Votare o non votare? E se voto, lo faccio pensando all’Europa, scegliendo tra i programmi e candidati presentati dagli schieramenti europei, oppure privilegio il piano nazionale e mi pronuncio sul referendum di fatto sulla leadership di Renzi? Se sia più nobile perseguire l’impegno di una vita per dar concretezza e strumenti ad un’ideale o scegliere tra la fiducia su un percorso incerto e confuso di riforme e l’abbandono ai conati di rabbia e ripulsa cavalcati da un ossesso iconoclasta.
Confesso che il dubbio mi resta e temo che durerà fino all’ultimo momento. La campagna elettorale non aiuta, anzi semmai spinge all’astensione.

Uno scenario non propriamente entusiasmante, dunque. C’è poi il problema del significato vero del voto del 25 maggio. In realtà lo scontro si sta giocando tutto sul tema dell’immediato futuro dell’Italia, con il contributo di tutti. Renzi necessita di un’affermazione personale per consolidarsi nei confronti dei parlamentari del suo partito, non propriamente affidabili, e per allontanare i dubbi sulla sua eterodossa, rispetto ai principi da lui sempre affermati, ascesa a Palazzo Chigi. Berlusconi deve contarsi per verificare la consistenza del suo zoccolo duro. Grillo è quello più favorito da questa situazione. Dell’Europa non gliene frega niente. Cavalca ineffabile concetti di destra, di sinistra, libertari, reazionari, populisti, nazionalisti, in un’orgia di luoghi comuni che hanno un solo comune denominatore: mandiamoli tutti a casa! Attenzione però: sono sentimenti diffusissimi e spesso anche giustificati, che incontrano non solo la rabbia della gente comune, ma anche gli interessi nascosti di parti consistenti di apparati burocratici e di potere che vedono nel caos la migliore soluzione per conservare le proprie rendite di posizione.
Il quadro è terribile e mi farebbe dunque propendere per l’opzione “renziana” di salvezza nazionale, con il forte dubbio sul suo spessore politico, confermato anche dalla superficialità con cui sono stati affrontati alcuni nodi istituzionali e economici negli ultimi tre mesi.
La tentazione di sposare la prezzoliniana “società degli apoti” è forte, e anche il richiamo alla gobettiana “compagnia della morte”, che pure a volte esce dall’armadio degli ideali giovanili, mi appare troppo retorica. Il dubbio, dunque, persiste e non ne sono orgoglioso.

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