L’economia si muove a cicli, con alternanza di periodi di crescita di circa 10 anni, con fasi piu’ brevi di stagnazione o recessione. L’Italia e’ l’eccezione nel senso che nel contesto dell’economia mondiale recente, e’ sempre l’ultimo Paese ad agganciare i periodi di crescita ed il primo ad entrare in recessione con il risultato che le due fasi si equivalgono e, quindi, di avere una crescita zero. Negli ultimi venti anni, mentre gli altri paesi europei sono cresciuti del 20/30%, l’Italia e’ stata ferma. Ovviamente questo dato di fatto esclude l’Unione Europea come causa di questa situazione ed invece ci porta ad una introspezione sul modello economico italiano.
Dal dopoguerra la nostra storia economica e’ passata attraverso tre periodi di una ventina di anni ciascuno. Nell’immediato dopoguerra ci fu la corsa alla ricostruzione, il passaggio da un economia prevalentemente agricola ad una industriale, il boom miracolo economico attestato da un panel di esperti nominato dal Financial Times che attribui’ alla lira l’Oscar della moneta piu’ salda dell’Occidente. Una volta esaurita questa voglia, corsa collettiva di ricostruzione, arrivo’ il momento delle rivendicazioni di giustizia sociale. Per soddisfare queste giuste richieste del mondo del lavoro e per ammodernare lo stato dotandolo di infrastrutture e servizi pubblici paragonabili ad altri Paesi europei, i governi cominciarono a spendere piu’ di quanto incassavano, con un deficit strutturale di bilancio. Per disegno o per caso si venne cosi’ a formare un ecosistema basato su inflazione e conseguente svalutazione della moneta che comunque faceva crescere l’economia. L’effetto inflazione era annullato dalla scala mobile applicata a salari e pensioni, i risparmi erano investiti nei mitici BOT, la svalutazione della nostra moneta proteggeva la nostra industria perche’ rendeva le nostre esportazioni competitive e limitava le costose importazioni. La lira che perdeva valore ogni giorno veniva spesa in consumi o investita in beni mobili ed immobili, beneficiando le casse pubbliche. Sia lo Stato che i privati si sentivano costretti a spendere una moneta che perdeva valore con il tempo. Il debito pubblico cresceva nominalmente, ma al tempo stesso diminuiva il valore del totale complessivo per effetto della svalutazione. Questo modello economico era cosi’ consolidato che veniva usato dai top manager della City e di Wall Street per evitare, legalmente, di pagare le tasse. Infatti si facevano pagare in lire che convertivano immediatamente in dollari e sterline, ma nelle dichiarazioni dei redditi l’anno successivo riportavano la nostra moneta.
Questa economia drogata, che ci rendeva come i drogati veri, incoscienti ma beati, fini’ con l’arrivo dell’Euro. La teoria dietro la moneta unica, era che gli stati che l’adottavano sarebbero stati costretti a fare le riforme necessarie per rimanere competitivi. Il problema delle teorie e’ che si basano su delle presunzioni. In questo caso si presumeva che i governi per il bene pubblico facessero riforme per affrontare la nuova realta’. Invece i nostri governi hanno semplicemente ignorato questo cambiamento storico e continuato con la finanza allegra dei tempi della lira, ma con una moneta forte come l’Euro che non si svaluta. In Italia la priorita’ dei governi e’ quella di vincere le elezioni e quindi si preferisce offrire all’elettorato cose concrete ed immediate come l’abolizione della tassa sulla prima casa, il bonus di 80 Euro, il reddito di cittadinanza. Le riforme strutturali invece portano a sacrifici immediati e benefici a distanza e quindi non sono elettoralmente convenienti. Cosi’ si spiega l’introduzione del reddito di cittadinanza alla vigilia delle importanti elezioni europee, mentre la logica avrebbe richiesto una riforma generale, un riordino della politica sociale del wellfare che prevede gia’ doppioni quale la cassa integrazione ed il bonus Renzi. Un altro esempio di legge per vincere elezioni e’ quella dell’esenzione della tassa sulla prima casa, esempio unico in Europa. Ogni casa, in quanto tale ha un costo generale nel senso che per riscaldarla inquina, richiede interventi di servizi pubblici per emergenze, deve essere garantita la sua accessibilita’ etc. Perche’ anche chi non possiede case deve pagare per questi costi?
La grande domanda e’: si puo’ uscire da questo stato comatoso dell’economia italiana? La risposta e’ positiva, perche’ molti altri Paesi europei in situazioni simili , per scelta come GB e Germania o per forza come Irlanda, Spagna Portogallo dopo un paio d’anni di sacrifici in Purgatorio sono riusciti a far ripartire le loro economie. Il problema e’ trovare lo statista capace e disposto a trasformare il modello economico e sociale dell’Italia, pur sapendo di perdere elezioni e potere.
Benedetto Denaro

per rilanciare l’economia italiana bisogna che le filiare produttive lavorino in sincronia sul proprio territorio in modo da essere competitive sui mercati globali
l’economia italiana è per lo più a Km zero – in positivo le piccole industrie sono più dinamiche e reggono più a lungo nei momenti di crisi, rinnovandosi velocemente
quando una società presenta delle criticità nei bilanci si commissaria per legge.. soltanto un commissario ci potrà salvare; il nostro sistema politico non è in grado di emendarsi.