Abbiamo l’alta velocità sulle lunghe distanze, come quella ferroviaria, per cui andiamo più o meno felicemente da Firenze a Roma in un’ora e mezza, ma scontiamo la bassa mobilità urbana.
Bastano uno sciopero di taxi o di bus o due cantieri, in un incrocio strategico, e le nostre città diventano trappole. La strada che fai in venti minuti si trasforma in un calvario da un’ora mezza o due ore.
E’ successo l’altro giorno a Firenze dove il mix infernale -cantieri, scuole a pieno regime e maltempo- ha messo la più bella città del mondo in ginocchio. Ma Firenze non è la sola. E’ in buona compagnia.
L’altro giorno a Roma, giornata apparentemente regolare, e cioè con sole, senza scioperi o manifestazioni e orario centrale, tutti in fila tra Repubblica e Termini per un cantiere su Viale De Nicola che doveva finire in poche settimane estive e invece era ancora lì a far tribolare.
Non fanno eccezione le città più piccole: un temporale, trenta macchine in più verso uno stadio o verso una scuola mettono in ginocchio per qualche ora anche centri come Mantova, Piacenza, Cremona, Pistoia, Prato. Mamma il traffico di Prato! Come direbbe un sociologo: il problema è il sistema. Ovvio: se tu concentri gli orari di scuola e di fabbrica, di uffici, e di partenze e arrivi in stazioni e aeroporti in due fasce orarie ristrette a un’ora è automatico che ci si trova tutti lì. Con o senza party. Con o senza drink. Come su un treno murato preso d’assalto perché è l’unico che arriva a destinazione a inizio mattina.
Da anni circolano proposte di Fondazioni e Associazioni per differenziare gli orari delle città, liberare i tempi, riformare o rivoluzionare la nostra vita quotidiana imbrigliata tra semafori e incroci, tra parcheggi e sensi vietati. Non ci liberano nemmeno più le rotonde. Anzi a volte le stesse rotonde inventate e scoperte, e applicate da tutti, per accelerare e fluidificare, se fatte male e organizzate peggio diventano dei blocchi, dei garage a cielo aperto. Non ho parole per quei comuni che costruiscono o accettano le cosiddette rotonde a collina dove non vedi chi arriva a impegnare la tua corsia. Collisione quasi assicurata. Rastremati dalla routine non ci rendiamo nemmeno conto che perdiamo un quarto o un quinto della nostra vita quotidiana imprigionati tra auto, bus, semafori, treni.
Abbiamo l’alta velocità sulle lunghe distanze, come quella ferroviaria, per cui andiamo più o meno felicemente da Firenze a Roma in un’ora e mezza, ma scontiamo la bassa mobilità urbana e andiamo da una scuola a un museo, da un ospedale a un negozio come se dieci chilometri fossero trecento. Un’ora e mezza. Provate a girare attorno alla Fortezza da Basso nelle ore di punta. Non vi riesce di andare dove volevate. Il flusso vi porta altrove. Mica male come sviluppo sostenibile.
La questione è ovviamente intricata. O come diceva un mio storico direttore “il problema è articolato e complesso” volendo significare che “era un casino”. Perdonate il termine forte. Ma nel giornalismo, anche orale, non si fanno sconti. Il problema sarà pure articolato e complesso, ma anche i sindaci non possono limitarsi a invitare noi cittadini ad avere buon senso e limitare l’uso dell’auto.
Noi, cittadini utenti, ce lo mettiamo tutto il buon senso ma quando di mezzo ci sono delle buche e dei cantieri, degli scioperi e dei blocchi, e delle scuole o degli uffici che hanno certi orari, come ci possiamo muovere? Con l’aerostato? Col deltaplano? E poi, nel caso, dove atterriamo.
Il problema vero è guardare dall’alto e magari allungare i turni di lavoro, far lavorare i cantieri se possibile anche di notte a flusso continuo, diversificare turni, scadenze, semplificare e allargare gli accessi ad uffici ed enti pubblici. Insomma liberalizzare.
L’altro giorno alla stazione centrale di Bologna, non erano ancora le sette di mattina, ho visto operai in piena attività per fare uno dei più moderni sottopassaggi ferroviari che al momento abbia visitato. Quasi un miracolo. Ho guardato l’orologio ed erano proprio le 6 e 50, alba, e non eravamo in Giappone. Proprio Italia, proprio Bologna. Quando si vuole si può.

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