
“Daremo agli Stati Uniti una lezione che aprirà la strada al dominio globale degli oppressi.” Con queste parole durissime, i vertici di Teheran tornano a sfidare apertamente la Casa Bianca, innalzando ai livelli di guardia la tensione geopolitica in Medio Oriente.
La dichiarazione, intrisa della retorica ideologica tipica della Repubblica Islamica, non è solo un attacco diretto a Washington, ma mira a posizionare l’Iran come il leader globale di un fronte anti-occidentale.
Promessa di una dura lezione militare o strategica agli USA.
Richiamo esplicito al riscatto degli “oppressi” contro gli “oppressori” occidentali. Volontà di scardinare l’attuale ordine geopolitico a guida statunitense.
Le parole di Teheran arrivano in un momento di estrema fragilità dei canali diplomatici. Tra i fattori che alimentano il fuoco dello scontro ci sono lo stallo prolungato sul dossier nucleare, le sanzioni economiche asfissianti imposte dagli USA e il ruolo cruciale dei proxy iraniani nei conflitti regionali.
Maggiore coordinamento tra Iran, Hezbollah, Houthi e milizie sciite. Possibile aumento delle sanzioni o della presenza militare USA nel Golfo Persico.
Israele e le monarchie del Golfo monitorano la situazione per il rischio di attacchi asimmetrici.La comunità internazionale guarda ora con apprensione alle prossime mosse dei due blocchi, nel timore che la propaganda verbale possa tradursi in una nuova escalation sul campo.
Eccola, la maschera che cade. Non ci sono più diplomazie possibili, non ci sono tavoli di negoziato che tengano di fronte alla ferocia di questo annuncio. Quando Teheran urla al mondo di voler dare una “lezione” all’Occidente per imporre il “dominio degli oppressi”, non sta facendo propaganda. Sta firmando una condanna a morte per la nostra civiltà. E noi, puntualmente, rispondiamo con il silenzio dei complici o, peggio, con il balbettio di un Occidente rammollito, incapace persino di difendere se stesso e i propri valori.
Chiamiamoli con il loro nome: questi non sono “oppressi”. Sono fanatici che impiccano le donne ai lampioni, che considerano la libertà un peccato mortale e che usano la fede come un’arma di sterminio di massa. Eppure, nelle nostre capitali si preferisce girare la testa dall’altra parte. Si preferisce la retorica del dialogo con chi il dialogo lo rifiuta con il sangue. La verità è che siamo malati di vigliaccheria. Abbiamo paura di dirci fieri di ciò che siamo, paura di combattere per la nostra libertà. Ma la storia non fa sconti ai codardi. Se continueremo a tollerare gli intolleranti, se subiremo questa “lezione” senza reagire, non avremo il diritto di piangere sulle macerie della nostra stessa fine. Sarà solo la giusta punizione per aver preferito il sonno alla dignità.
Giuseppe Basilico

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