Cambio passo.
Per ammonire, ancora una volta come ormai inascoltato da anni, sul ribellismo che serpeggia, denso di incognite, nella società italiana; prossimamente ovunque
Ospitato e alimentato dalla spoliazione di ogni possibile risorsa di libertà autentica. In una ipotesi di libertà giocata di parole seduttrici e non di autenticità di risorse e di imprese etiche.
Siamo in balia del niente. Del niente predone. Che pure nel suo sussistere come facilità possessiva del niente ha spoliato, tra stordimenti ormonali da glutei, le sicurezze, se non costituzionali, naturali. Finanche escogitando garantismi unilaterali. Così da imbavagliare la composta verità. Con atti di scambio. Contrabbandando droghe allucinatorie ad uso di situazioni derisorie.
Siamo in Italia. Dovremmo essere, seppur tardivamente e strumentalmente, in Europa.
In quella situazione politica che è solo un pretesto geografico. Ad uso dei mercenari e dei lenoni della finanza.
Siamo in una “Italietta” occupata e posseduta da barbari. “Italietta” dai seni prosperosi e svolazzanti e di maschietti torniti –tra essi uguali- agli attrezzi delle palestre. Che nè il fascismo, nè i movimenti socialisti, nè la resistenza hanno indotto a riflettere su una morale unitaria.
E’ mancato Mazzini. E’ mancato Costa. E’ mancata Pimmentel. E’ mancato Giannone.
In uno stato dove si è insegnata l’abiezione della prevaricazione e non la dignità dell’individuo vivo e pensante, Del pensato.
Dove le leggi si adeguano a essere manti delle esigenze dei gruppi di comando.
Dove le denuncie al sopruso sono giocattoli mediatici. Da sorrisi e sbalordimenti serali. Svolti nell’apparente quiete domestica. Per chi può mettere cena a tavola. Dopo aver pagato i balzelli ad arricchimento dei potentati finanziari. Controllati da controllori della loro razza.
Uno stato dove la destra non sa cosa sia una destra e la sinistra scompare nella serva demagogia del capitalismo più abietto. Dove il vanto esclusivo della condizione religiosa impera, invasiva e ossequiata, come eccellenza di potere.
Effetti. Del mondo della globalizzazione. Bisognerebbe, per paradosso, tornare alle libertà comunali. Circoscrivere il proprio destino oltre la cerchia delle imposizioni del mercato. Che ha il sapore, tutto, anche incestuoso, del dominio prossimo futuro.
Della demolizione finale della liberazione.
Siamo a Napoli. Cariglia verrà a Napoli.
E Napoli è terra greca. E’ terra senza inquisizioni. E’ terra di giacobini.
Noi dovremmo e potremmo sollecitare il destino con proposte scuotenti il sistema.
Dovremmo discutere di rifacimento. Non di rinnovamento.
Gli uomini si possono rifare. I morti non si possono rinnovare.
Con iniziative che scardino le acquiescenze -subdole e fruttifere per sè sole- al padronato e al liberismo senza liberalesimo.
Creando ed attivando momenti di contropotere. Incidendo per esempi e per creatività critica.
Cambiando le parole della politica in sensualità delle parole della politica.
Riconducendo alla gestione dell’interesse collettivo l’uso delle energie e l’utilizzo dei beni primari. Applicando forme di rappresentanza autentica, nella autentica uguaglianza dei cittadini. Liberando le energie e le risorse morali, intelletuali e applicate degli uomini, delle donne, dei lavoratori della Repubblica.
Quindi, escludendo e demonizzando i malavitosi, gli affamatori, i parassiti di cui si è fatto, sin’oggi, esempio di eroi e, finanche, di buon senso.
E’ impellente e necessaria una rivoluzione. Una rivoluzione che non sia conflitto di sangue, ma conflitto di modi. Che sia vittoria di modi morali.
Dobbiamo rigettare le sicurezze senza scampo infiltrate nelle nostre menti. Nei nostri atti. Gli assetti, senza i quali parrebbe prossima la disgregazione.
Su queste sicurezze infiltrate, insinuate -calmieranti la nostra condizione equivoca di cittadini-, si poggia la nullità precoce cui veleggia il destino delle generazioni future..
E’ facile ciarlare di non violenza con le armi in pugno. E’ facile ciarlare di ingiustizia quando si manipola la giustizia. E’ facile ciarlare di dignità e di diritti quando si godono privilegi.
Sapremo essere cantori aristocratici (non elitari) della nostra vita e della vita della Repubblica?
Sapremo prepararci alla sconfitta della tecnologia? Potrò io – e chi come me- non nato schiavo o asservito e vissuto senza proprietà o accantonamenti economici essere riconosciuto cittadino?
allons enfants …
(f)

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