Il partito del Cavaliere ce l’ha messa tutta per perdere, praticando un vero e proprio harakiri. Ha politicizzato le consultazioni amministrative ed estremizzato i toni, optando per la linea “falchista”, ora sotto processo, tanto da rendere l’On. Santanchè desaparecida dagli schermi TV tra il primo turno elettorale ed il ballottaggio. Ma il coup de théâtre forcaiolo della Moratti sul fotofinish del testa a testa su Sky con l’esponente di SEL aveva arrecato ormai danni irreversibili. Senza troppi giri di parole, comunque, il Premier ne esce con l’immagine compromessa. Un segnale evidente dell’insofferenza della cittadinanza verso i temi in cui si è avvitato il Capo del Governo, con risultati non esaltanti. A partire dalla giustizia, dove sarebbe bastato, intanto, mettere mano al ripristino dell’immunità parlamentare, come voluto dai nostri padri costituenti. Sino alla riforma del fisco, vera priorità nell’agenda del Paese, annunciata a più riprese, ma mai avviata. Da ora la tenuta della maggioranza dovrà affrontare duri test, tra le frizioni nell’establishment del PDL e le tentazioni e i diktat della Lega, che si appresta a rilanciare la modifica della legge elettorale, per ritagliarsi una propria autonomia.
Ma se Atene piange, Sparta non ride. La nomenklatura di via Sant’Andrea delle fratte, infatti, dal canto suo, ha subito l’opa dell’area massimalista, evidenziando il proprio ventre molle, salvo poi intestarsi la vittoria, una vittoria di Pirro. Col risultato di ritrovarsi un Vendola diretto a vele spiegate verso la conquista delle future ipotetiche primarie; ed una nuova icona, Masaniello De Magistris. Il quale rappresenta, senza dubbio, un grattacapo in più anche per Di Pietro, che già aveva incassato un netto ridimensionamento nel suo Molise, alle elezioni provinciali di Campobasso. Il centrosinistra a guida Bersani, dunque, da oggi ha probabilmente più nodi di prima.
Il non pervenuto FLI ha affossato l’esordio del nuovo Polo, che registra la sola sopravvivenza dello Scudocrociato di Casini, il quale resiste a fatica alla regola del tertium non datur.
Due, tuttavia, le note positive: dalla capitale italiana della finanza si innesca la scomposizione del quadro politico, negli ultimi tempi assolutamente inoperoso, rissoso e privo di spinta propulsiva; ormai logoro, assuefatto ed inadeguato per affrontare le nuove sfide poste dal turbinìo dei cambiamenti. E all’ombra del Vesuvio tra qualche mese, dopo una breve e fisiologica luna di miele, giungerà chiaramente la risposta che la ricomposizione non possa fondarsi sulla demagogia e sul giustizialismo. L’ex PM da copertina ha palesato, certamente, spiccate abilità comunicative, ma saper governare una città importante e complessa è un’altra cosa. Tanto più se pensa di risolvere la drammatica questione rifiuti con la sola raccolta differenziata. Roba da matti. O da stregoni.
Nell’insieme, è stato uno schiaffo sonoro all’impianto prevalente della cosiddetta Seconda Repubblica. E parallelamente, un passo contrario rispetto alla direzione verso quel modello di crescita auspicabile, che ad esempio ha trainato la Germania: la Grosse Koalition; risultando sconfitti i moderati ed i progressisti. Basti rivedere l’immagine aberrante delle due piazze vittoriose, invase da bandiere con Falce e Martello. Nel 2011.
In definitiva hanno prevalso la paura, l’incertezza e la voglia di rottura. In piena sintonia con un contesto internazionale turbolento e di segno negativo, dove i Governi in carica e la fiducia nelle istituzioni sono stati messi alla berlina. Ed il vento di protesta incamminatosi dal Nord Africa, che ha contagiato rapidamente varie realtà importanti, non ultima la Spagna si è parafrasato in Italia già al primo turno con l’affermazione dei “grillini”e con l’incremento dell’astensione. I due vincitori inequivocabili della tornata elettorale. Un messaggio di aiuto e di disagio che deve essere ascoltato e decodificato; un sintomo di malessere, a cui si dovrà rispondere con l’unico antidoto possibile: il riformismo.
Francesco Maria Gennaro

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