
Sul sedile numero 14 della Camera, quello più appartato e quasi dimenticato a sinistra dell’emiciclo, è comparsa una targa che restituisce a Giacomo Matteotti il luogo da cui lanciò la sua sfida più pericolosa, quella che gli sarebbe costata la vita.
È un gesto che dovrebbe attraversare il Paese come un brivido, e invece ha trovato un’Aula semivuota, soprattutto nei banchi della maggioranza, trasformando un momento di memoria civile in un’altra occasione di imbarazzo nazionale.
Mentre si chiedeva un minuto di silenzio, il silenzio più assordante era quello delle assenze.
E le polemiche sono esplose come sempre, con accuse reciproche e indignazioni a comando.
Ma il vero nodo non è chi ha scelto di esserci o chi ha preferito voltarsi dall’altra parte: il vero nodo è che mentre si rende omaggio a un martire socialista, il Socialismo politico in Italia non siede più in Parlamento.
Non perché qualcuno l’abbia cacciato, ma perché chi avrebbe dovuto custodirlo lo ha lasciato spegnersi, smarrirsi, dissolversi.
E questo dolore diventa ancora più tagliente guardando alla Sicilia, dove il Partito Socialista Italiano non è semplicemente caduto: è stato consumato dall’interno.
Qui la politica è stata sostituita da un sistema malato, fondato sulla raccolta spasmodica di tessere, come se il valore di un progetto politico si misurasse in numeri e non in idee.
In questo meccanismo distorto, chi possiede più tessere ottiene più potere, indipendentemente dalle capacità, dalla cultura politica e non solo, dalla statura intellettuale.
È così accade che persone prive degli strumenti necessari si sono ritrovate a guidare strutture locali e regionali, e in alcuni casi perfino a pretendere ruoli nazionali, non per merito ma per aritmetica interna.
Il clientelismo ha divorato ogni credibilità, soffocando ogni possibilità di rinnovamento e allontanando chi credeva davvero nei valori socialisti.
Il Partito è diventato un guscio vuoto, un contenitore di interessi personali, un luogo dove la visione è stata sostituita dalla gestione, la passione dalla convenienza, la politica dalla contabilità.
Io stessa, davanti a questo spettacolo, ho scelto di allontanarmi.
Non dal Socialismo, che resta parte di me, della mia storia, della mia famiglia, ma da un sistema che non posso accettare, da una gestione che ha tradito tutto ciò che il Socialismo avrebbe dovuto rappresentare.
Ho lasciato quel meccanismo perché non posso riconoscermi in un Partito ridotto a giochi di potere e a un clientelismo che ha cancellato ogni dignità politica.
Rimango socialista nell’animo, ovunque andrò, ma non posso restare in un Partito che ha smesso di esserlo.
Così, mentre a Roma si scopre una targa che ricorda il coraggio di un uomo che sfidò il potere a costo della vita, in Sicilia il suo Partito storico è diventato irriconoscibile, incapace di parlare ai lavoratori, ai giovani, ai territori.
Il risultato è stato inevitabile: il Socialismo non è stato sconfitto dagli avversari, è stato abbandonato da chi avrebbe dovuto difenderlo.
E oggi, guardando quello scranno 14, si sente tutto il peso di un’eredità tradita.
La memoria non può essere un rito, un applauso trasversale, una cerimonia di circostanza: deve essere una responsabilità.
E chi ha trasformato un patrimonio politico in un relitto non può nascondersi dietro un minuto di silenzio.
Se vogliamo che il nome di Giacomo Matteotti continui a significare qualcosa, dobbiamo avere il coraggio di dirlo: il Socialismo italiano deve rinascere dalle sue macerie, liberarsi delle sue ombre, tornare a essere una forza viva e non un ricordo da anniversario.
Altrimenti resterà solo una targa lucida su un banco immobile, mentre la storia continua a camminare senza di noi.
E Giacomo Matteotti non merita un blando ricordo: merita una battaglia, merita una voce, merita un futuro.
Angioletta Massimino

Lascia un commento