A lettura della Riv.a Dom.a
Emilia Fanàl
presso la Sua dimora
in quel di Belgirate
Donna Emilia,
pure sopraffatto dalle lusinghe e dalla riconoscenza degli uomini, appanno i miei meriti, per condurmi a Lei ed al Suo dolore, con la costernazione che subì l’animo per l’inaspettata vicenda che operò la cecità verso la luce terrena del Suo amato consorte.
Ella sa: ne fui testimone. Per una ulteriore vicenda delle umiltà quotidiane che si inflisse Nostro Signor Gesù Cristo per consentire il timore e l’implorazione alla Grazia del Padre Suo.
…
Donna Emilia,
si appresta l’ora delle mestizie segrete tra i tenui sortilegi delle luci e il veleggiare delle nebbie d’intorno alle scuri. La sorte della mia scienza vacilla. Non è il momento, altro, di negare l’inquietudine.
Nel tumulto, La imploro che di questo scrivere onesto, cui mi accingo, abbia breve cenno di memoria; quanto ne basti a consentire lo spurgo della mia infelicità dell’oggi.
Di volta in volta ho assaporato il calore della brace cui ho destinato le note delle giornate vacillanti di Saverio e le copie furtive dei manoscritti che Ella mi inviava. In questo rito di ricercata espiazione alla mia bramosia mi andai accorgendo che, più della lettura di esse, il calore permeava –per un sortilegio a me sconosciuto e spaventevole- le viscere mie di una instabile condizione, sino a divenire la mia corporalità ignota a me stesso. Sicchè mi appariva di essere posseduto in un vortice di irrisolte e pure definite domande che, invero, s’aquietavano esse stesse nella contemplazione del loro impulso sorgivo. In me si predisponeva la narrazione di un mito in cui venivo ad essere travolto, al tempo stesso, narratore e compartecipe della storia; improvvido e famelico cospiratore della leggenda medesima: anima inerte, senza più coscienza.
Siffata allucinazione consapevole e goduta, confesso, mi produsse l’esigenza dell’indagare sulla provenienza di una tale mostruosità, in cui mi ravvolgevo disperato.
Vagai per tutte le indecisioni e turbolente passioni che avevo appuntato quali segnali della mia ambizione, rivoltandone la falsità e la convenienza. Fui, così, anche, macchinatore implacabile della più perfida delle mie emozioni. Indagai gli occhi della memoria negli occhi spenti di mia madre e di mia figlia. Ogni tormento fu da me scatenato, apprestato ad essere la preghiera risolutiva della perdizione e, per questo, della mia salvezza. In tale sostegno, che praticavo alla mia ragione, mi avvidi che la completa fede in Nostro Signor Gesù Cristo -che ripianava i miei debiti di intolleranza e di impazienza- non era più efficace soccorso alla mia inquietudine.
Imparai a smascherare la utilità della verità e disvelai il nascondiglio della continenza.
Korupira –ah, Fanàl!- disperdeva il fogliame scuotendo eucalpiti sulle rive.
Non distinsi più l’aprirsi delle acque, alla battuta del remo, dal virgineo orgasmo di Lucia e scorsi il passero precipitarsi al nido quando il mio Adelchi pigolava dolente la sua fame.
Amai, allora, l’eccesso di questa musica confusa amando il distacco dall’amare; l’allontanamento che me ne congiungeva; l’ansia feroce per un raggiungere che discostavo; l’inseguimento senza corsa.
Fu, così, che sopravveniva una quiete inaspettata, quando le foglie di eucalipto cullavano i semi che la terra assorbiva, flessuosa
Alfine, compresi: Adelchi comprime il suo grido di riconoscenza alla oscurità della notte che lo ravvolge, rendendolo ignoto, ignorato e silenzioso; senza che predatore lo raccolga.
Il mio raccontare disse dell’eroismo senza sapere, dell’abbandono senza rimpianto, della coscienza senza necessità.
Donna Emilia,
Saverio volle incenerire tra i carboni della nostra brace l’ultima verità e l’ultima menzogna.
Fu cantore delle molteplicità delle malinconie delle generazioni che veranno, essendo venute.
Mi vinse, ma fu trageda.
La tragedia afferma la congiunzione. Il raccontare inquina la’unità.
Ed io ho dovuto e debbo inquinare l’unità, per consentirmi l’essere vivo.
“la verità non ha in dote bianchi lenzuoli per coprire gli arredi in nostra assenza, invece il racconto nuovo sì perchè la casa resta nostra”, così mi scrisse.
No! Non leverò i legacci alla borsa in cui racolse i suoi moniti; ma, questa notte, un bianco lenzuolo nasconderà lo scrittoio e questo foglio intonso.
Donna Emilia,
mi abbia Suo devoto,
Alessandro Manzoni
dalla casa di Lesa, una sera del 1852
franchini
Marzio Siracusa, “La mirabile storia di Saverio Fanàl”, 2007, Edizioni Polistampa, Firenze

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