Non si resta indifferenti alla storia e alla vicenda umana e politica che tocca Alessandria d’Egitto a cavallo tra il IV e il V secolo dopo Cristo, in epoca ormai ‘cristiana’ per l’Impero romano (l’editto di Teodosio, che proclama quella cristiana religione dell’Impero è del 380), così efficacemente ricostruita ad uso cinematografico nel film “Agorà” (e pur non essendo il sottoscritto in grado di apprezzare il grado di fedeltà del film alla realtà storica narrata).
E questo non perché non siamo avvezzi a leggere nella storia e (purtroppo) nella cronaca fatti di ogni genere concepiti nel segno dell’intolleranza e dell’odio nei confronti di tante diversità. Piuttosto perché, una volta di più, si viene portati a domandarsi come possa la tolleranza respingere il suo opposto, senza esserne invariabilmente contaminata. La ricerca di questo difficile equilibrio è, in parte, la cifra del dibattito politico in onda in questi anni, che pare ben lungi dall’aver rintracciato un serio punto di equlibrio – corrotto e impoverito com’è da logiche di breve periodo centrate sull’acquisizione e/o conservazione del consenso.
La storia del film è centrata sulla figura di Ipazia – figlia del matematico alessandrino Teone – che ha dedicato la propria esistenza allo studio dell’astronomia e della matematica e alla speculazione – e vorrei aggiungere alla tolleranza – filosofica.
La figura della protagonista è già una perla rara per quel tempo e non solo: quante sono le donne – almeno quelle passate alla storia – che si sono dedicate allo studio della matematica e della filosofia? Sembrerebbero, ancora oggi purtroppo, prerogative del sesso maschile e invece Ipazia si mostra disinvolta e sicura nel proprio mondo, la cultura, nel quale si confronta ad armi pari con gli uomini ed anzi insegna, trasmette ad essi il proprio sapere.
Ma all’orizzonte si profilano tempi funesti, per la crescente difficoltà che pagani, ebrei e cristiani mostrano di incontrare nella quotidiana convivenza civica. Una difficoltà non naturale, si direbbe con la sensibilità moderna, perché provocata da un crescente spirito di fazione e da un odio religioso sempre più forte.
Ipazia, che un po’ simboleggia il libero pensiero e la sua spregiducata sete di conoscenza fuori da ogni pastoia e da ogni briglia, sarà vittima di una feroce sentenza di morte decretata da un gruppo di monaci cristiani Parabolani – non è dato sapere se su diretto ordine dell’allora vescovo Cirillo, cui comunque dovevano assai dispiacere l’insegnamento e la ‘lectio’ pagana che essa diffondeva in città. Nel film, la morte della donna sembra quasi ineluttabile, un segno inconfondibile del prevalere del buio delle passioni su ogni ragionevole intento.
Ecco, vorrei dire e soprattutto domandare, a me stesso e a ognuno: oggi siamo forse all’alba di un nuovo oscurantismo? Quanto sono ‘sicure’ le fondamenta dell’edificio che tanto deve alla conquiste dell’illuminismo, del pensiero e della cultura liberale, della stessa religione cristiana? Che cosa possiamo o dobbiamo fare perché questo patrimonio venga valorizzato e portato ad esiti sempre più alti e non venga al contrario contraddetto, risucchiato nel gorgo di istanze che spesso vincono per appeal e spendibilità mediatiche? Come può la tolleranza non farsi trovare impreparata ed anzi essere pronta a combattere con rigore e fedeltà a se stessa la propria battaglia? O già essa è ineluttabilmente persa? E noi, ciascuno di noi, siamo davvero certi che questa battaglia non sia un po’ anche dentro di noi, come il prodotto di un’inquietudine, di paure che dobbiamo risolvere e poi rimuovere?
Mi fermo alle domande, quelle che sono scattate dentro, dopo aver visto questa pellicola. Quanto alle risposte, verrebbe da affermare filosoficamente: ognuno le cerchi, anzitutto, dentro di se.
Paolo Marini

Lascia un commento