Un mesetto fa ho fatto chiacchiericcio sul mio “quasi-fidanzato” e tentato alcune considerazioni sui rapporti “free of charge”, vorrei tornare sopra quelli “a vanvera”, che capitano (appunto) quando capitano, che si manifestano a casaccio e non si sa dove possano andare a finire. Che avvengono perché, ogni tanto, si ha voglia di lasciarsi portare dalla corrente e, che siano noiosi o divertenti, finiscono rapidamente.
All’interno dei rapporti “a vanvera”, s’innesta il caso specifico del “rapporto d’ufficio”, e della sua aggravante: il “rapporto d’ufficio in ufficio”. Sono sottoprodotti incidentali della propria passività, la quale ha generato una condizione tale rendere dura il rifiutarsi. Più precisamente, sono casi in cui non è chiara se, e quanta voglia si ha, di dire di no. Momenti di (ingloriosa) confusione su cui una iena (come me) cala una cappa di nero (imbarazzato) silenzio.
Solitamente, è già la partenza a preannunciare guai: si accetta l’offerta di un collega (carino) per una cena dopo l’ufficio (prima di tornare a casa, o in albergo). Si va per un bagno (improvvisato) nella piscina di un amico (pure belloccio). Si accetta un aperitivo con qualcuno di simpatico ma, in sostanza, di sconosciuto.
Sono rarissimi frangenti in cui non si hanno le idee chiare su come gestire la situazione. Sono rarità, s’intende, perché giocare la partita con un uomo è facile: è un giocatore prevedibile: cambia sempre quattro carte tentando il pokerone; punta il solito numero; tenta lo smash da fondo campo; sogna il pallonetto-gol dalla propria metà. Non ci sono grandi variabili da calcolare. Ha una bussola precisa che indica una, ed una sola, rotta (da qualsisia latitudine si punti). Questo, se escludiamo i cattivi, lo rende davvero il migliore amico delle donne (io lo adoro per questo).
Se si vive uno di quei rari momenti in cui si è a riposo. Si è disconnesse. Si sta facendo il tagliando. Allora viene meno l’unico elemento senziente (tra i due) in grado di modificare la direzione e pensare ad una rotta alternativa. Così, dopo avere già sbagliato la prima (di mossa), si sbaglia pure la seconda e si lascia che le chiacchiere proseguano, quando sarebbe bastato poco per virare. Sarebbe bastato parlare di lavoro, e se lo si fosse visto pavoneggiare, si sarebbe potuto parlare della sua mamma (il secondo argomento meno arrapante del mondo), in caso di emergenza, di malattie (il primo argomento meno arrapante del mondo). Invece no. Addirittura, si lascia che la conversazione si faccia (davvero) spiritosa. Che il ragazzo ingrani bene-bene. Si lascia che le cose si portino così avanti da ritrovarsi con un braccio intorno al collo e la sua bocca sulla tua. Ecco che la questione diventerebbe d’ufficio: con quale animo, a quel a punto, ti ritrai?
Solitamente, almeno nel mio caso, si ritrova lucidità dopo: alla vista del suo sguardo mieloso e loffio. Quella forzata gentilezza dell’appagato che ha fatto gol di rapina e che per me ha l’effetto del vecchio cordiale delle nonne: una bella svegliata. La prima domanda da donne lucide è su cosa si è fatto. La seconda, sulle conseguenze. La terza, sull’estrazione (o esfiltrazione), che nel gergo delle operazioni speciali significa il processo di rimozione dei propri elementi da un sito ostile.
Se capitasse con uno che sa vivere, non ci sarebbero problemi: si passerebbe dal sesso al bacio sulla guancia in tre secondi (ci si sarebbe detti tutto). Se capitasse con l’orsacchiotto tenerone, occorrerebbe essere gentilmente assertive. Se capitasse con il bambinone che vuole un altro giro sulla giostra: occorrerà armarsi di santa pazienza e dirgli (per almeno venti volte a venire) che il luna park ha chiuso i battenti.
Sull’aggravante del “rapporto d’ufficio in ufficio”, è tutto pure più complicato.
Ovviamente, il principio non cambia anche in altri ambiti della propria esistenza.
Conosco poveracce che si sono candidate in questo modo. Un paio sono diventate pure mamme alla stessa maniera. C’è a chi capita l’uno e l’altro.
Delle sante
Adorabili uomini e rapporti d’ufficio
Solitamente, è già la partenza a preannunciare guai: si accetta l’offerta di un collega (carino) per una cena dopo l’ufficio (prima di tornare a casa, o in albergo).

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