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Adiós Sanchez!

Sanchez ha tentato di trascinare tutto il partito verso sinistra, dicendo più volte No a un governo dei Popolari. Non ce l’ha fatta.

di Marco Calamai | 17 Ottobre 2016

Dopo nove mesi di stallo politico, in Spagna è andato in scena un colpo di mano in seno al Partito socialista che ha provocato la caduta del leader Pedro Sanchez. Una rivolta interna – coronata dalle dimissioni di 17 dei 35 membri dell’esecutivo – assolutamente inedita nel partito socialista spagnolo che, scartata la linea intransigente adottata da Sanchez, deve ora decidere che strategia adottare.

Bipartitismo post franchista
Le elezioni del 20 dicembre 2015, e ancor più quelle dello scorso giugno, hanno dato un colpo definitivo al “bipartitismo” che si era affermato con le prime elezioni post franchiste del 1977, quando due partiti, l’Ucd (destra) e il Psoe (sinistra) presero insieme il 63% dei voti e, grazie al sistema elettorale, l’80% dei seggi parlamentari (Camera e Senato).

Fuori da quello schema restarono l’Alleanza popolare di Fraga Iribarne, un partito formato all’ultimo momento da ex ministri di Franco, e il Pce dell’eurocomunista Santiago Carrillo, che aveva frettolosamente rotto il legame storico con l’Urss e sperava di capitalizzare così il ruolo di primo piano giocato dal partito durante i lunghi anni della lotta antifranchista.

Allora si parlò giustamente di “miracolo politico”: dopo quasi quattro decenni di dura dittatura, la Spagna trovava finalmente un assetto democratico tra i più moderni e stabili d’Europa. La “rottura dall’alto” era avvenuta non solo per la pressione democratica della società, che pure fu molto forte ed estesa, ma grazie all’intuizione dell’oligarchia, cosciente che il regime franchista non poteva sopravvivere all’uomo che l’aveva creato e guidato con mano di ferro fino agli ultimi anni della sua vita.

Fu l’oligarchia, guidata da due personaggi chiave, il monarca Juan Carlos e il primo ministro Adolfo Suarez a governare la fase cruciale della transizione. Socialisti e comunisti si adeguarono al processo e s’impegnarono a evitare eventuali eccessi che avrebbero probabilmente comportato un colpo di Stato (che ci fu ma avvenne troppo tardi per riuscire). Fu dunque un processo guidato dall’alto, dai ceti dominanti dell’economia e dai rappresentanti delle principali espressioni politiche, di destra e di sinistra.

Una delle gambe del nuovo regime, quella di sinistra, fu il Psoe, il partito più antico del Paese (fondato nel 1879), non implicato, salvo in rari casi, nella lotta contro la dittatura, eppure identificato come una credibile forza progressista e democratica, legata alla socialdemocrazia europea e da sempre anticomunista (votare socialista era un voto di sinistra ma anche tranquillizzante).

È stato così che il Psoe ha potuto governare durante molti anni e a più riprese, portando avanti una politica di modernizzazione che è stata preziosa per il consolidamento di un welfare avanzato ed efficiente. Sta qui forse il suo merito principale.

Il tramonto del Psoe
Poi è arrivata la crisi economica internazionale che ha portato alle dimissioni anticipate del socialista José Luis Rodriguez Zapatero e alla vittoria della destra nelle elezioni politiche del 2011. Da quel momento il Psoe, privo di una strategia di opposizione, si è rivelato incapace di reagire in modo efficace alle ricette liberiste proposte dall’Unione europea con conseguenti tagli alla spesa e allo Stato sociale.

Ciò è avvenuto mentre in Spagna cresceva un’opposizione sociale, specie giovanile, che rifiutava le formule conservatrici di uscita dalla crisi e sollecitava più ampi spazi di partecipazione democratica, considerati possibili grazie alle potenzialità della rivoluzione digitale.

D’improvviso si è vista nelle strade e nelle piazze una generazione certo non eversiva e lontana dal pensiero sia fascista sia comunista, che tuttavia non si riconosce più nei partiti tradizionali, chiusi in se stessi e logorati da troppi anni al potere, incapaci di rispondere alle instanze delle nuove generazioni, colpite dalla disoccupazione e dal lavoro temporale e non protetto.

Si è sviluppato l’humus sociale che ha portato a un nuovo movimento politico a sinistra del Psoe. È stata in definitiva l’incapacità dei socialisti di rispondere alle nuove sfide economiche e sociali che ha facilitato l’affermazione di Podemos.

Il post-Sanchez
Costretto a scegliere tra il sostegno al primo ministro conservatore Mariano Rajoy e l’alleanza con il nuovo soggetto progressista, negli ultimi mesi il Psoe si è rivelato incapace, fino a questo momento, di fare una scelta netta.

Sanchez ha tentato di trascinare tutto il partito verso sinistra, dicendo più volte No a un governo dei Popolari. Non ce l’ha fatta, sia per le resistenze interne, influenzate dai leader storici del partito, in particolare da Felipe Gonzalez, sia per la diffusa diffidenza sollevata dallo stesso Podemos, forza ancora in formazione e a sua volta incerta tra l’opportunità di una coalizione Psoe – Podemos e la tentazione di rompere ogni legame con i socialisti per diventare in tempi brevi il primo partito della sinistra.

Ora ci si chiede quale sarà l’evoluzione del Psoe. Emarginato Pedro Sanchez, il gruppo dirigente del partito è ora libero di decidere l’astensione che permetterà a Rajoy di continuare a governare. Già, ma fino a quando? L’impressione dominante è di un partito destinato o alla rottura con relativa nascita di due partiti o, come è successo al Pasok greco, all’avvicinamento di molti militanti ed elettori a Podemos.

Pubblicato in : Primo pianoTag: 2011, Adolfo Suarez, anni, crisi, crisi economica, dimissioni, elezioni, elezioni politiche, governo, Juan Carlos, lavoro, Mariano Rajoy, merito, movimento, nuove generazioni, opposizione, partito socialista, Partito Socialista Spagnolo, pasok, Pedro Sanchez, personaggi, Podemos, processo, regime, spagna

Info Marco Calamai

Marco Calamai è giornalista e scrittore.

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