
Commentavo di recente con stupore la notizia che l’università di Firenze ha istituito una stanza comune per pregare, su proposta dell’abate di S. Miniato, del rabbino e dell’imam, los tres caballeros del dialogo interreligioso. Stupore legittimo, dicevo, non solo perché le verità rivelate stanno come il cavolo a merenda nel regno della ricerca laica, ma anche perché il concordato Italia-Vaticano del 1984 esclude espressamente l’università dalle interferenze della chiesa cattolica, non nominando neppure le altre confessioni, problema che allora non si poneva.
Ma ora a Firenze le chiese sono addirittura tre e se esistesse davvero un ministro compos sui, avrebbe già richiamato la rettrice Alessandra Petrucci ai doveri della laicità. Di questo passo, infatti, a quando una cappella, con sinagoga e moschea allegate?
Il fatto è che la chiesa di Roma non soltanto non da tregua quando si tratta di insinuarsi nel mondo dell’istruzione, ossia nella mente dei giovani. Quando invece dovrebbe adeguarsi a tempi, tanto diversi da un secolo e perfino da 40 anni fa, è muro contro muro e non cede di un millimetro sui privilegi che il concordato le garantisce. L’insegnamento della religione cattolica, in pratica il catechismo, resta obbligatorio in tutte le scuole di ordine e grado, private e statali, dall’asilo alla maturità liceale, con tutta una serie di paradossi vecchi e nuovi.
Per esempio, la scuola è ormai popolata in gran parte da immigrati, altre culture altre religioni. Inoltre una quota crescente di ragazzi italiani, quasi il 40% per in Toscana ed Emilia, rinuncia all’ora di religione. Perciò è paradossale che quest’ora debba per forza essere inserita all’interno dell’orario e non all’inizio o alla fine. I vescovi non hanno mai voluto saperne di cambiare, temendo assenze ancor più massicce. Ma il risultato è che chi rinuncia deve restare in classe a girarsi i pollici, anche perché spesso mancano alternative.
Perfino nelle scuole dove le adesioni sono limitate a pochi studenti per classe non è possibile accorparli. Ogni classe deve avere comunque il proprio professore di religione, anche se una dovesse restare con un solo studente.
Il concordato prevede questa e altre assurdità che solo una politica dipendente può accettare. Negli Venti Mussolini volle far pace con la chiesa del Non possumus per legittimare la dittatura agli occhi dei cattolici italiani. Negli anni Ottanta, con l’Urss ancora in vita, Craxi doveva vedersela col Partito Comunista e rinnovò il concordato contando anche lui sull’appoggio vaticano. Oggi al governo abbiamo Salvini che brandisce il crocifisso come un guerriero alle crociate. Non è il solo, va detto. Così fan tutti, di destra e di sinistra. Ma se la politica è questa, com’è possibile trattare alla pari con la chiesa?
Perciò resta l’assurdo degli insegnanti di religione (circa 17 mila) selezionati dai vescovi e loro subalterni in tutto, però stipendiati dall’Italia con un trattamento superiore ai colleghi delle altre materie.
Il conto? Il ministero parla di 860 milioni di euro l’anno. Ma in realtà sono di più: contando anche il corollario (aumenti, segreteria, luce, riscaldamento), il costo degli insegnanti di religione supera abbondantemente il miliardo (1,250). E questa è solo una briciola dei costi complessivi, stimati fino a 20 miliardi, e dell’immensa manomorta ecclesiale.
Riccardo Catola

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