Sul numero del 12 dicembre di questa rivista pubblicavo una requisitoria contro il Parlamento Europeo circa l’iniziativa di formulare regole di risparmio energetico, la cui applicazione avrebbe comportato la messa fuori legge della maggior parte delle case italiane.
Oggi apprendo, con piacere, che la Commissione, all’uopo incaricata, ha innescato una precipitosa marcia indietro; ha anzitutto stabilito che il mancato adeguamento energetico non potrà comportare il divieto di commercializzare gli immobili, il che significa che questi potranno essere oggetto di locazione o di compravendita. Ha poi sancito che stabilire il divieto di uso di combustibili fossili non sarà di competenza dell’Europa, ma “spetta agli stati membri”; questa potrà, caso mai, mettere “a disposizione le basi legali”.
Aggiunge infine che le case vacanze potranno comunque essere esentate dal prendere in considerazione anche le annunciate “basi legali”.
In attesa di conoscere il contenuto delle basi legali, che al momento appaiono un comodo calcio d’angolo in cui la Commissione si è rifugiata, è opportuno considerare come gli stati membri, meglio detto l’Italia, affronterà la questione del miglioramento energetico.
E’ questo un problema che, il linea di principio, deve essere seriamente considerato; non c’è bisogno di spendere parole sulla necessità di un risparmio energetico, sia a livello industriale, che residenziale che nei trasporti in genere; si migliora così l’ambiente, si ottimizza l’uso dei prodotti energetici naturali, si limitano i relativi costi.
Tutto questo però non significa che la gente deve stare forzatamente al freddo.
Il nostro Paese ha già, in parte affrontato la questione, promulgando la legge sul c.d. 110%, ottima sotto il profilo progettuale, caotica nella sua applicazione pratica. Ha infatti previsto, tra l’altro, una pressoché totale partecipazione economica da parte dello Stato per gli interventi di riqualificazione energetica, quali l’isolamento termico e gli impianti di climatizzazione. A questo punto le direttive europee sul miglioramento energetico, vista le virata applicativa come sopra detto, non verrebbero altro che a sovrapporsi ad una normativa nazionale già in vigore; per questo non si vede la necessità, almeno per l’Italia, che l’Europa disponga delle “basi legali” per realizzare un progetto da noi già in essere, tenuto conto che le “basi legali” esistono già grazie alla normativa sul c.d. 110%; ciò non farebbe altro che aumentare la confusione già esistente. Dunque possiamo andare avanti benissimo per conto nostro, circostanza anche questa considerata dall’Europa, quando prevede che gli stati possano autonomamente provvedere.
Il problema, a questo punto, è se noi veramente andiamo avanti con la riqualificazione energetica in termini ottimali rispetto all’ambiente. Mi sembra infatti che l’attuale normativa, in tema di climatizzazione e di isolamento termico, si rivolga soprattutto a come mantenere il clima all’interno degli edifici; non si preoccupa però di come produrre la relativa energia per godere poi del clima ottenuto.
Dunque il problema deve spostarsi alla ricerca di fonti di energia alternative.
Ancora non siamo pronti per l’idrogeno, anche se sono sicuro che nei prossimi anni la questione sarà affrontata in concreti termini programmatici, una volta superato il pregiudiziale timore che la sola parola incute.
Oggi, sulla base della mia modesta conoscenza, credo che l’energia alternativa più economica, pulita ed a portata di mano, sia il sole; ci aggiungerei anche il vento e le onde del mare, ma affrontare, oggi, questi ultimi argomenti mi porterebbe troppo lontano.
L’energia solare è invece, ormai, un’esperienza acquisita, però non totalmente. Questa infatti si scontra, sovente, con regolamenti edilizi comunali che, nel rispetto di una presunta protezione paesaggistica, vietano la messa in opera di tali manufatti. La criticità presenta due aspetti contrapposti: talvolta i regolamenti edilizi sono frutto di una mentalità talmente trinariciuta, che qualsiasi utile novità tecnica, rispetto al banale appiattimento ideologico in cui dovrebbe collocarsi, assume i contenuti di pura blasfemia. Sarebbe allora necessario un intelligente ripensamento sull’applicazione monocorde di assiomi regolamentari.
Talvolta, invece, il contesto paesaggistico è talmente delicato, che applicare sul tetto dei lastroni neri significa tirare un cazzotto in un occhio al panorama; la tecnica allora dovrebbe progettare dei pannelli che, per forma, colore e contenuto in genere, si possano ben inserire in un quadro estetico, ottenendo così due scopi: creare energia pulita e rispettare l’ambiente.
Certamente non ho la pretesa di avere detto niente di nuovo, però mi sono un po’ chiarito le idee.
Carlo Eugenio Casini – Avvocato in Firenze

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