Quando il giovane Piero Gobetti fondò il settimanale “La Rivoluzione
Liberale” (febbraio 1922) non era iscritto ad alcun Albo dei
giornalisti. Quando Benedetto Croce fondò la rivista “La Critica”
(gennaio 1903) non era iscritto ad alcun Albo dei giornalisti. L’idea
che si dovesse essere iscritti ad un Albo per firmare un periodico, o
che potessero dirsi “giornalisti” soltanto coloro che fossero stati
previamente selezionati ed ammessi ad un Ordine professionale, è un
regalo che ci ha fatto il fascismo.
Infatti, Benedetto Croce dovette chiedere all’amico Francesco Flora,
che poi si sarebbe affermato come eminente studioso della Letteratura
italiana, di assumere la responsabilità giuridica della Rivista “La
Critica” ai sensi delle nuove leggi fasciste (anzi, “fascistissime”)
sulla stampa.
Che nell’Italia repubblicana sia stata data una “ripulita” al
carattere fascista dell’Ordine dei giornalisti e si sia cercato di
trasformarlo in un rispettabile Ordine professionale, non muta la
sostanza della questione.
La sostanza è la seguente. Recita l’articolo 21 della nostra
Costituzione: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il
proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di
diffusione» (primo comma). «La stampa non può essere soggetta ad
autorizzazioni o censure» (secondo comma).
Di conseguenza, non ho alcunché da eccepire che quanti svolgono
professionalmente il mestiere di giornalista abbiano una loro
associazione ed a questa facciano riferimento a fini assistenziali e
previdenziali. Né mi turba più di tanto che ci siano privilegi
corporativi connessi alla tessera di giornalista professionista:
ingressi gratuiti agli stadi, nei cinematografi, eccetera.
Invece ho moltissimo da eccepire sul fatto che per dar vita ad una
qualsiasi nuova pubblicazione periodica (cartacea, o telematica), la
legge richieda il requisito che chi ne assume la responsabilità
giuridica debba essere iscritto all’ordine dei giornalisti, o a quello
dei pubblicisti. E’ fin troppo evidente che si tratta di una norma
illiberale che mira a controllare l’esercizio della manifestazione del
pensiero: i giornalisti e i pubblicisti fanno parte di una
corporazione privilegiata e soltanto chi è già membro della
corporazione può assumere la responsabilità giuridica di nuove voci
che in modo continuativo e strutturato vogliano inserirsi nel
dibattito pubblico.
Vedo di spiegarmi meglio. Poiché mediante stampa si possono commettere
reati (il più tipico è la diffamazione), va benissimo che la legge
richieda un direttore che si assuma la responsabilità giuridica di
tutto ciò che viene pubblicato nel periodico da lui diretto (ne
risponde in quanto avrebbe anche potuto scegliere di non pubblicare, o
di pubblicare con modalità diverse, il dato articolo che, ad esempio,
ha integrato il reato di diffamazione); responsabilità che,
ovviamente, si affianca a quella dell’autore dell’articolo.
Va benissimo che la testata del periodico debba essere registrata
presso la cancelleria del Tribunale competente, come prevede la legge
8 febbraio 1948, n. 47, e successive modificazioni. Si tutela così la
fisionomia di ogni periodico, il suo “marchio” identificativo.
Tuttavia, basterebbe richiedere che possa assolvere le funzioni di
direttore (cioè di responsabile) di un periodico qualunque cittadino
italiano, maggiorenne e dotato della capacità di agire. Punto. Ogni
altro requisito richiesto (preventiva iscrizione all’ordine dei
giornalisti, o dei pubblicisti) non si giustifica e contraddice
l’articolo 21 della Costituzione. Infatti, tutti sono liberi di
manifestare il proprio pensiero, non soltanto i giornalisti!
Ho sottoscritto la richiesta di referendum abrogativo oggi promossa da
Beppe Grillo e dai suoi amici, per le stesse ragioni per cui avevo
sottoscritto la medesima richiesta quando fu presentata dal Partito
Radicale nel 1997. Rimando a quanto scrissi ne “L’articolo 21 della
Costituzione e l’albo dei giornalisti”, pubblicato nella Rivista
trimestrale “Pratica della Libertà” (numero 2 dell’aprile-giugno 1997,
pp. 9-13), che potrei oggi, ad undici anni di distanza, ripubblicare
senza cambiare una virgola.
In questo caso, Beppe Grillo non ha inventato alcunchè; né, prima di
lui, avevano inventato alcunchè i radicali.
Luigi Einaudi, uomo politico ed economista liberale, Presidente della
Repubblica italiana, nel settembre del 1945 (cioè poco dopo la caduta
del regime fascista) scrisse un articolo ne “Il Risorgimento
liberale”. Ne riporto un passo: «Albi di giornalisti! Idea da pedanti,
da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di
impedire ad altri di pensare colla propria testa. Giornalisti sono
tutti coloro che hanno qualcosa da dire o che semplicemente sentono di
poter dire meglio o presentar meglio la stessa idea che altri dicono o
presentano male. … Null’altro che uno strumento fazioso per impedire
agli avversari, agli antipatici, ai giovani, agli sconosciuti
l’espressione libera del pensiero; null’altro che un mezzo per
ripetere, forse inconsapevolmente, l’eterno tentativo di limitare il
numero degli iscritti alla professione nell’ingenua persuasione che
ciò valga a dar più lavoro agli arrivati, idea falsa sempre in ogni
campo e falsissima nella stampa quotidiana, dove l’idea crea i lettori
che non sono una quantità fissa, ma variabilissima, che cresce o scema
a seconda di chi parla ai lettori. … L’albo obbligatorio è immorale»
(si veda Luigi Einaudi, “Albi dei giornalisti”, in “Scritti economici,
storici e civili”, a cura di Ruggiero Romano, Mondadori, 1973, collana
“I Meridiani”, pag. 975 e pag. 977).
Così parlava Einaudi, autorevolissima fonte liberale. Domanda
retorica: il sedicente “Popolo della Libertà” continua quale
tradizione politico-culturale italiana? Quella del liberale Einaudi, o
quella del fascismo?
Livio Ghersi (Pubblicato nel proprio sito)

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