E’ difficile capire cosa sarà il Partito Democratico, ma un fatto è certo: si realizzerà l’incontro politico-organizzativo fra quel che resta del Partito Comunista e i cosiddetti “cattolici democratici”.
C’è dell’altro, naturalmente, ma il nucleo essenziale è quello che si è detto.
Firenze è sicuramente un luogo adatto ad ospitare una parte rilevante di tale avvenimento.
A partire dall’immediato dopoguerra si determinò un particolare clima di apertura e di intelligenza politica all’interno dei comunisti: basta pensare ad una figura speciale come quella di Mario Fabiani, l’indimenticabile sindaco della ricostruzione.
D’altra parte negli anni cinquanta e sessanta un protagonista della storia italiana, come Giorgio La Pira, avrebbe segnato una stagione “illuminata”, nel rapporto fra cattolici e comunisti, con significati perfino internazionali.
Bisogna sempre fare i conti con i periodi storici e, certamente, sarebbe improprio mettere in testa a leader di tanti anni fa concezioni e aspettative del tempo attuale, ma quegli accenni di laicità politica aprirono spazi diversi di iniziativa ai comunisti fiorentini, di cui alcuni si ritrovano nei problemi del costituendo Partito Democratico, altri sarebbero andati in una direzione diversa.
Per quanto riguarda il rapporto con i cattolici progressisti il momento più significativo fu sicuramente negli anni sessanta.
Sull’onda dell’attenzione di Togliatti al mondo cattolico, i dirigenti comunisti colsero la portata dei movimenti cattolici radicali e dei loro protagonisti ( molto diversi, secondo me, da La Pira ), e il “dialogo alla prova” ebbe Firenze come sede privilegiata.
Don Milani, Padre Balducci, Don Rosadoni, i preti operai, furono personalità di tale rilievo da mettere in ombra la nomenclatura comunista locale e tali da determinare orientamenti profondi e duraturi nella società fiorentina.
L’esito di quegli anni fu, nel periodo successivo, l’importante afflusso di esponenti del mondo cattolico ( molti per convinzione, altri per opportunità ), nelle fila del partito comunista, tanto da poter dire che, in nuce, ciò che alla prima sensazione appare il futuro partito democratico, a Firenze si era già formato allora, e questo spiega anche la particolare resistenza elettorale della sinistra ex-comunista nella nostra città.
Ci fu però un altro punto di vista che si formò in quei decenni.
La stessa apertura che aveva caratterizzato alcuni dirigenti del partito di Gramsci e di Togliatti, nel dopoguerra e negli anni successivi, induceva una parte, sempre minoritaria, ad una ricerca in un senso assolutamente diverso: la costruzione di un movimento socialista e democratico moderno, anche in Italia, nel superamento dell’esperienza storica del comunismo. La figura di Gianfranco Bartolini riassume bene quelle aspirazioni.
Firenze sede riconosciuta di quelli che furono chiamati i tentativi “miglioristi”, negli anni ottanta, con un riferimento essenziale al socialismo europeo ( importante fu la partecipazione di intellettuali di origine laica e azionista ), fu la dimostrazione di quanto si è detto.
Questa linea fu assolutamente sconfitta all’interno del partito comunista e la storia successiva è stata quella di un allineamento costante alle svolte vere, o cosiddette, del gruppo dirigente nazionale, direi senza originalità e particolari protagonisti.
Sarà il futuro a chiarire chi aveva ragione, ma intanto si può dire che è non è improprio che il Partito Democratico nasca a Firenze, anche perché nei fatti c’è già da tempo!
Franco Camarlinghi
da La Nazione

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