
“Vogliatemi bene un bene piccolino, un bene da bambino quale a me si conviene. Noi siamo gente avvezza alle piccole cose umili e silenziose, ad una tenerezza sfiorante e pur profonda come il ciel, come l’onda lieve e forte del mare”.
“Ve ‘l dissi… vi ricorda? quando la man vi diede: «Badate! ella ci crede» e fui profeta allor. Sorda ai consigli, sorda ai dubbi ~ vilipesa, nell’ostinata attesa tutto raccolse il cor. Andate ~ il triste vero da sola apprenderà”.
A mio avviso Madama Butterfly sta tutta in queste due frasi, l’una della giovane Ciò Ciò San, l’altra del maturo console Sharpless; in mezzo un giovane tenente nella marina degli Stati Uniti d’America, tal F. B. Pinkerton, convinto che in quella nazione dove era stato mandato in missione per un certo periodo, fosse lecito e normale “…mi sposo all’uso giapponese per novecento novantanove anni. Salvo a prosciogliermi ogni mese”. Del resto “Sono in questo paese elastici del par, case e contratti”.
E magari il signor Pinkerton tutti i torti non ce l’aveva, visto che geishe disponibili a “tener compagnia” ai ricchi stranieri per un periodo più o meno lungo fungendo da spose a tempo determinato ce n’erano in abbondanza.
Peccato che l’arroganza dello “yankee vagabondo” la cui “vita ei non appaga se non fa suo tesor i fiori d’ogni plaga… d’ogni bella gli amor”, non gli abbia fatto ascoltare le parole del Console, troppo saggio da non comprendere quando i sentimenti in gioco non sono legati a buonuscite per favori concessi: “Ier l’altro, il consolato se n’ venne a visitar! Io non la vidi, ma l’udii parlar. Di sua voce il mistero l’anima mi colpì. Certo quando è sincero l’amor parla così. Sarebbe gran peccato le lievi ali strappar e desolar forse un credulo cuor. Quella ~ divina mite ~ vocina non dovrebbe dar note di dolor”.
Se davvero, come risulta abbondantemente dall’epistolario, Madama Butterfly è l’opera preferita del Maestro lucchese, oltre quella meravigliosa musica che l’accompagna lungo i tre atti, anche le parole del libretto rispecchiano la sensibilità di Puccini e ne descrivono perfettamente, al di là della gratuita iconografia di dongiovanni sciupafemmine, il suo grande rispetto per la donna e lo sdegno per chi ne approfitta giocando sui loro sentimenti.
Quella fanciulla apparentemente così fragile e al contempo tenace, determinata, coraggiosa (“Io seguo il mio destino e piena d’umiltà al dio del signor Pinkerton m’inchino. È mio destino. Nella stessa chiesetta in ginocchio con voi pregherò lo stesso dio. E per farvi contento potrò quasi obliar la gente mia…”) rappresenta quell’ideale s’amore che Puccini ha inseguito per tutta la sua vita credendo di poterlo identificare, di volta in volta, in quelle donne che hanno segnato il suo destino.
Tutta l’opera riverbera questo sconfinato amore che Puccini sente dentro di sé e desidera condividere, inutilmente, con amori capaci di contenere il suo; nessuna nota, nessuna frase è di troppo: tutto scorre verso il ferale epilogo con la forza di una valanga che travolge i sentimenti della piccola Butterfly fino a farle scegliere la via della morte come unica possibilità per salvare l’onore e il rispetto di sé: “Con onor muore chi non può serbar vita con onore” sta scritto sul pugnale che il padre ha usato per suicidarsi, anch’egli chiamato a scegliere tra il rispetto di sé e la vita; e lo usa senza incertezze dopo aver dato l’ultima prova della sua sconfinata capacità di amare “Tu, tu piccolo iddio! Amore, amore mio, fior di giglio e di rosa. Non saperlo mai per te, per i tuoi puri occhi, muor Butterfly perché tu possa andar di là dal mare senza che ti rimorda, ai dì maturi, il materno abbandono…”
Mette i brividi ascoltare queste parole sulle labbra di una bambina (Quindici anni! … L’età dei giuochi… e dei confetti) rivolti a quel figlio frutto di un amore a senso unico; mette i brividi pensare come Puccini abbia saputo condensare dentro questo piccolo gioiello dei sentimenti così grandiosi che vincono il tempo e giungono fino a noi con immutato valore.
Lucca, la città di Puccini, ha voluto ricordare il centenario della morte del suo figlio, mettendo in scena al teatro del Giglio questa eccellente produzione del Teatro Grande di Brescia in coproduzione con i teatri del circuito OperaLombardia, Teatro del Giglio e Opera Nazionale Estone.
Era da tempo che non sedevo in un palco (più spesso abituato alla platea) e quello stano raccoglimento che offre (specie se non si hanno altri ospiti) ha creato in me una particolare alchimia, certamente aiutata dalle essenziali ma potenti scene di Takis (che ha curato anche i costumi), dalle luci di Fiammetta Baldisseri e dalla stupenda regia di Rodula Gaitanou, che mi ha catapultato all’interno della storia, facendomi vivere con intensa emozione quella storia che pure ben conoscevo avendola ascoltata e recensita decine e decine di volte. Il confine tra critico musicale/spettatore e protagonista sfumava man mano che la scena entrava nel vivo della storia. I cantanti-attori (ottimi attori oltre che buoni interpreti) hanno regalato momenti di grande intensità e di straordinario realismo: nulla di troppo, nulla di meno di ciò che era necessario raccontare perché si celebrasse degnamente il dramma di una ragazza che ha creduto, contro ogni logica, ad una promessa (“Quell’ultima mattina: tornerete signor? ~ gli domandai. Egli, col cuore grosso, per celarmi la pena sorridendo rispose: «O Butterfly piccina mogliettina, tornerò colle rose alla stagion serena, quando fa la nidiata il pettirosso.» E tornerà…”) formulata da un superficiale tenente per il quale non c’è nulla di male se “…che di rincorrerla ~ furor m’assale se pure infrangerne ~ dovessi l’ale”. E che ritiene legittimo “Non c’è gran male s’io vo’ quell’ale drizzar ai dolci voli dell’amor!”.
Un cast che ha mostrato grandi doti vocali ed una altrettanta sensibilità interpretativa a partire dal soprano giapponese Yasko Sato, che si è spesa fino all’ultima nota per dare a Ciò Ciò San quell’anima preziosa che la musica di Puccini le ha donato. Identica energia, dopo un iniziale momento di incertezza, nel tenore Riccardo Della Sciucca, un convincente Francis Blummy Pinkerton (sì, Blummy e non Benjamin come nell’edizione definitiva dell’opera – quella propostaci è la seconda versione, quella andata in scena a Brescia dopo il tragico fallimento della prima scaligera).
Dolce e risoluta al contempo, vocalmente molto piacevole la Suzuki di Asude Karayavuz; essenziale ed efficace lo Sharpless di Devid Cecconi che si mostra quasi paterno nei confronti della protagonista con momenti di tenero imbarazzo come quello della lettera.
Non da meno gli altri interpreti: Giuseppe Raimondo (Goro), Fulvio Valenti (Lo zio Bonzo), Alex Martini (Il principe Yamadori), Maria Cristina Bellantuono (Kate Pinkerton), Masashi Tomosugi (Lo zio Yakusidé), Liu Tong (Il commissario imperiale), Mattia Rossi (L’ufficiale del registro), Daryna Shypulina (La zia), Tiziana Falco (La cugina), Serena Pulpito (La madre) ed Enea Piovani (Dolore).
La direzione del M° Alessandro D’Agostini, che ha egregiamente guidato l’Orchestra I Pomeriggi Musicali (formazione nata a Milano nel fervore della ricostruzione del secondo dopoguerra da un’idea dell’impresario teatrale Remigio Paone e del critico musicale Ferdinando Ballo. Attualmente Fondazione), ha saputo cogliere le diverse nuance della partitura accompagnando il pubblico nei diversi stati d’animo che attraversano la storia e regalando a più riprese, fortissime emozioni. Buono anche il coro di Opera Lombardia, diretto da Diego Maccagnola.
Il pubblico ha particolarmente gradito lo spettacolo tributando in più di un’occasione applausi a scena aperta ai protagonisti e chiamandoli alla ribalta più volte al termine dell’opera. In entrambe le serate il teatro era sold out (le prenotazioni erano state fatte da tempo) segno di un’affezione dei lucchesi per Puccini e le sue opere immortali
Stefano Mecenate






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