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A Cassino in coma aria di auto cinese

Tutto l’ex impero Fiat dell’Italia ha la febbre alta, ma Cassino è addirittura alla canna del gas. I dati già dicono tutto: lo stabilimento Stellantis di Cassino ha prodotto appena 19.364 auto nel 2025, il 40% in meno rispetto all’anno precedente, sette volte meno delle vetture sfornate nel 2017. E il 2026 potrebbe andare ancora peggio: le macchine fabbricate potrebbero sprofondare a circa 13.000. Nei primi tre mesi del 2026, infatti, sono uscite meno di 3.000 vetture dalle linee di montaggio. I 2.000 operai di Cassino non vengono quasi mai chiamati a lavorare per l’Alfa Romeo Giulia, l’Alfa Stelvio e la Maserati Grecale.

di Rodolfo Ruocco | 5 Maggio 2026

Tutto l’ex impero Fiat dell’Italia ha la febbre alta, ma Cassino è addirittura alla canna del gas. I dati già dicono tutto: lo stabilimento Stellantis di Cassino ha prodotto appena 19.364 auto nel 2025, il 40% in meno rispetto all’anno precedente, sette volte meno delle vetture sfornate nel 2017.
E il 2026 potrebbe andare ancora peggio: le macchine fabbricate potrebbero sprofondare a circa 13.000. Nei primi tre mesi del 2026, infatti, sono uscite meno di 3.000 vetture dalle linee di montaggio. I 2.000 operai di Cassino non vengono quasi mai chiamati a lavorare per l’Alfa Romeo Giulia, l’Alfa Stelvio e la Maserati Grecale. La fabbrica è deserta, la situazione è disastrosa: in molti temono la chiusura dell’impianto ai piedi dell’abbazia di San Benedetto. A pensare che fino a qualche anno fa lo stabilimento laziale godeva di ottima salute: nel 2017 produceva 135.263 auto con 4.200 dipendenti. In più assicurava il lavoro a un fiorente indotto adesso quasi del tutto azzerato.
Allora poggiava su una precisa strategia industriale. Cassino, Grugliasco, Modena era il triangolo produttivo italiano sul quale puntava Sergio Marchionne per fabbricare Alfa Romeo e Maserati, i marchi premium su cui scommetteva per fare concorrenza alla Bmw e alla Mercedes. Le premesse sembravano buone. Grugliasco nel 2017 costruiva circa 50.000 Maserati in buona parte destinate all’esportazione. Poi Marchionne è morto, Carlos Tavares è diventato amministratore delegato di Stellantis e sono cominciati i guai. Tavares ha tagliato i costi e gli investimenti (soprattutto negli stabilimenti italiani della multinazionale), i profitti all’inizio sono schizzati alle stelle ma poi il mancato rinnovo dei modelli ha portato a continue cadute delle vendite, della produzione e dell’occupazione. Ha chiuso Grugliasco e una valanga di cassa integrazione e prepensionamenti ha travolto tutti gli impianti italiani. I sindacati hanno scioperato, il governo Meloni ha protestato con scarsi risultati.
La mannaia dei “tagli” alla fine non ha colpito solo l’Italia ma anche gli Stati Uniti, il maggiore mercato di Stellantis e solo a quel punto John Elkann, il più importante azionista del gruppo italo-franco-americano, ha garbatamente detto addio a Tavares per i gravi errori commessi. Già, perché quegli errori hanno fatto affondare anche i profitti oltre all’occupazione.
Stellantis torna a fare utili nel primo trimestre del 2026 ma le sue azioni crollano ad appena 6 euro contro un picco di ben 20 dell’era Marchionne quando la società si chiamava ancora Fiat Chrysler Automobiles. Antonio Filosa promette di cambiare, esclude la chiusura d’impianti. Il nuovo amministratore delegato di Stellantis, scelto dal nipote di Gianni Agnelli, promette il rilancio di tutto il gruppo: in America e in Europa compresa l’Italia. A fine 2025 va nella disastrata Mirafiori, fabbrica simbolo di Torino, per preparare il lancio della nuova Fiat 500 ibrida. Assicura: Stellantis «sta mantenendo i propri impegni». In effetti qualcosa si vede a Mirafiori, a Melfi, a Pomigliano D’Arco ma per Cassino zero. L’arrivo della nuova Giulia e della nuova Stelvio è previsto nel 2028 mentre l’Alfa Romeo Junior (che va benissimo) è prodotta in Polonia.
Filosa presenterà il nuovo piano industriale del gruppo il 21 maggio a Detroit. Tavares lavorava da Parigi in Francia, Filosa da Detroit negli Stati Uniti, il segnale dell’indirizzo strategico è chiaro. L’era della centralità di Torino e dell’Italia è lontana. Le indiscrezioni dicono che voglia puntare soprattutto su quattro marchi: Fiat (prodotte quasi tutte non in Italia ma in altri paesi d’Europa, in America del Sud e nell’Africa settentrionale), Jeep, Ram e Peugeot. Per Cassino è il buio. O meglio, secondo alcune voci, potrebbe arrivare una casa cinese per salvare l’impianto: si parla di Leapmotor (Stellantis è tra gli azionisti), di Xiaomi, di Xpeng ma soprattutto di Dongfeng. Sarebbe una sorta di legge del contrappasso: in passato gli Agnelli-Elkan si erano sempre opposti all’insediamento in Italia di un concorrente estero. Ma la crisi è gravissima: oltre a Cassino anche altri due impianti europei potrebbero essere ceduti a Pechino.

Rodolfo Ruocco

A Cassino in coma aria di auto cinese
Pubblicato in : Editoriale

Info Rodolfo Ruocco

Rodolfo Ruocco, classe 1954, giornalista professionista. Ha lavorato prima come redattore economico-sindacale e poi come giornalista parlamentare all’”Avanti!”, al “Il Giorno”, al Tg2, a Televideo Rai e a Rainews24. Ora è impegnato nella confezione della pubblicazione digitale “Sfoglia Roma” che ha creato nel 2017 assieme a un collega.

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