
Donald Trump ha perso il Congresso. Tutto intero. Camera e Senato tornano nelle mani dei democratici, mettendo fine a una stagione politica nella quale il presidente americano ha potuto contare su maggioranze parlamentari sostanzialmente allineate alle proprie decisioni. Il risultato delle elezioni di metà mandato del 2026 non lascia molti dubbi sul messaggio degli elettori: la politica economica, le tensioni internazionali e soprattutto il crescente costo della vita hanno presentato un conto che i repubblicani non sono riusciti a evitare. Non è la fine della presidenza Trump, ma certamente la fine di un modo di esercitare il potere.
La sconfitta era nell’aria. L’inflazione, la guerra con l’Iran, le conseguenze sui prezzi dell’energia e l’incertezza provocata dalle politiche commerciali hanno pesato sulle famiglie americane. I dazi, presentati come uno strumento per rilanciare l’industria nazionale, hanno aperto conflitti con partner commerciali e alleati storici, senza eliminare le difficoltà economiche interne. Quando una parte crescente dell’elettorato fatica a sostenere le spese quotidiane, la retorica della grandezza nazionale perde inevitabilmente una parte della propria efficacia. E questa volta il malcontento ha raggiunto anche Stati tradizionalmente repubblicani.
Ma la vera questione non è la sconfitta elettorale. È ciò che accadrà dal 3 gennaio 2027, quando il nuovo Congresso entrerà in carica. Trump resterà presidente per altri due anni, ma perderà il sostegno parlamentare necessario per trasformare gran parte delle proprie iniziative in leggi. I democratici controlleranno l’approvazione dei bilanci, potranno bloccare nuove riforme fiscali, condizionare i finanziamenti federali e, attraverso il Senato, respingere le principali nomine presidenziali, comprese quelle dei giudici federali. Soprattutto potranno esercitare poteri di indagine sull’amministrazione, convocare funzionari e richiedere documenti. Non significa che potranno imporre qualsiasi decisione, perché Trump conserverà il veto e in Senato molte leggi continueranno a richiedere 60 voti per superare l’ostruzionismo. Significa però che il presidente non potrà più contare su un Congresso politicamente compiacente.
La differenza è enorme. Trump conserverà il controllo dell’esecutivo, il comando delle forze armate e importanti prerogative in politica estera. Potrà continuare a firmare ordini esecutivi, ma questi dovranno rispettare le leggi vigenti e resteranno soggetti al controllo dei tribunali. I democratici potranno intervenire sulle risorse finanziarie e sulle norme che attribuiscono determinati poteri alla Casa Bianca, pur dovendo fare i conti con il veto presidenziale. Anche sui dazi, materia nella quale il Congresso ha delegato ampie competenze all’esecutivo, sarà possibile aprire un confronto legislativo per limitare l’autonomia del presidente. Il potere di Trump non scompare, ma la sua capacità di esercitarlo senza mediazioni viene sensibilmente ridotta.
Poi c’è l’impeachment, una possibilità che torna concretamente sul tavolo. La Camera può mettere formalmente sotto accusa il presidente con una maggioranza semplice, qualora emergano fatti riconducibili alle violazioni costituzionali previste per questa procedura. La rimozione richiede però il voto favorevole di due terzi dei senatori presenti. Anche con entrambe le Camere democratiche, dunque, destituire Trump sarebbe tutt’altro che semplice e richiederebbe il sostegno di una parte consistente dei repubblicani. Più immediata potrebbe essere l’apertura di indagini parlamentari sull’operato dell’amministrazione, con conseguenze politiche potenzialmente rilevanti. L’impeachment non è una mozione di sfiducia, ma il Congresso dispone di strumenti di controllo che negli ultimi due anni sono stati esercitati con minore incisività.
Esiste inoltre un problema interno al Partito Repubblicano. Trump non potrà ricandidarsi nel 2028 e la sconfitta apre inevitabilmente la discussione sulla sua successione. Chi intende conquistare la Casa Bianca dovrà decidere quanto legare il proprio futuro a un presidente che ha appena perso entrambe le maggioranze parlamentari. Il trumpismo conserva una base elettorale importante, ma la sua capacità di condizionare il partito potrebbe incontrare una resistenza crescente. E un presidente che perde influenza sui propri parlamentari vede ridursi anche il proprio potere negoziale.
Sul piano internazionale le conseguenze sono altrettanto importanti. Europa, NATO e alleati asiatici potranno confrontarsi con un Congresso maggiormente autonomo rispetto alla Casa Bianca. Le decisioni presidenziali in materia di politica estera e sicurezza resteranno rilevanti, ma gli stanziamenti militari, gli aiuti internazionali e molte iniziative commerciali saranno sottoposti a un controllo parlamentare più severo. Per l’Ucraina e per la sicurezza europea questo può significare maggiori possibilità di continuità nelle politiche di sostegno, purché si raggiungano gli accordi necessari. Per i mercati internazionali potrebbe significare una minore probabilità di cambiamenti legislativi improvvisi, anche se i poteri esecutivi di Trump continueranno a rappresentare un fattore di incertezza.
È soprattutto per questo che una parte del mondo può cominciare a respirare. Non perché i democratici siano automaticamente migliori dei repubblicani, né perché Washington tornerà improvvisamente a essere un interlocutore prevedibile, ma perché una presidenza dotata di una grande autonomia politica dovrà confrontarsi con un potere legislativo indipendente. Gli Stati Uniti restano la principale potenza finanziaria e militare occidentale e le loro decisioni influenzano direttamente la stabilità economica e strategica del pianeta. Ridurre la possibilità che quelle decisioni dipendano esclusivamente dalla volontà presidenziale significa rafforzare i controlli istituzionali, non necessariamente cambiare ogni indirizzo politico.
Naturalmente esiste anche il rischio opposto. Una contrapposizione permanente tra Congresso e Casa Bianca potrebbe paralizzare l’approvazione dei bilanci, provocare nuove chiusure delle attività federali e alimentare ulteriormente l’incertezza economica. I democratici dovranno dimostrare di saper utilizzare la maggioranza per governare i processi legislativi e controllare l’esecutivo, non soltanto per contrastare il presidente. È una responsabilità che la vittoria elettorale rende inevitabile.
La cronaca di questa morte annunciata, dunque, non riguarda Donald Trump come uomo politico, ma un modello di presidenza che ha fatto dell’autonomia decisionale uno dei propri strumenti principali. Restano due anni alla scadenza del mandato, un periodo ancora sufficientemente lungo per produrre conseguenze importanti, ma non più nelle condizioni istituzionali che hanno caratterizzato la prima metà della sua amministrazione.
Trump rimane alla Casa Bianca, conserva poteri considerevoli e continuerà certamente a condizionare la politica americana. Ha però perso qualcosa che nessun ordine esecutivo può restituirgli: il controllo del Congresso.
E per una democrazia costruita proprio sulla necessità di impedire la concentrazione del potere, questo è il cambiamento più importante.
Piero Terracina


Perché leggere un giornale o vedere un talk show che offende le mie idee? 
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