
Ci sono cittadini americani che sin dalla prima giovinezza si auto contrassegnano come nemici della Casa Bianca. Non ha particolare importanza chi sarà il presidente in carica, loro sono contro, a prescindere. Un pregio dell’idealità repubblicana diffidare del potere, chiunque lo abbia. Almeno dai tempi di Lincoln c’è una consolidata tradizione per cui i presidenti, come comincino, finiscano sempre con lo sbagliare. L’attrice Jane Fonda fu il simbolo di questa tendenza di costume. L’esatto contrario del servilismo verso i potenti, sicuramente più diffuso in Europa. Quando l’America si precipita in massa alle urne, questo atteggiamento critico verso il potere viene ridotto e prevale quello della necessità del cambiamento.
Ovviamente ci sono sempre giudizi partigiani, per i quali è l’avversario a fare necessariamente la cosa sbagliata. Questo non riguarda il solo confronto fra liberali e conservatori. Lyndon Johnson rimase amareggiato moltissimo per la campagna di Robert Kennedy contro la guerra in Vietnam, anche perché Robert era stato un super falco durante la presidenza del fratello. Sia Obama che Trump hanno avuto dei forti avversari politici nello stesso partito. La stessa capacità di tenuta di un presidente in simili contesti è molto complessa e delicata. Le primarie lasciano strascichi di rancore profondo che non sempre si possono superare. Il senatore McCaine espresse formalmente che Trump non dovesse presenziare al suo funerale. Di oggi lo strappo in Michigan dove la deputata democratica Haley Stevens voterà il repubblicano Mike Rogers piuttosto che il filo palestinese Abdul El-Sayed che pure è nel suo stesso partito.
Tutto questo è caratteristico di una democrazia secolare, dei suoi alti e bassi, fondata sul dissenso, ovvero di quando i coloni rifiutarono la tassazione del re d’Inghilterra e dovettero armarsi e combattere per i loro diritti. Come si capisce dalla particolare attenzione alle elezioni del mid term, per anni in Italia quasi nemmeno ci si accorgeva che esistessero, tutti si sono appassionati alla lotta politica in America ed esprimono le loro convinzioni a riguardo. C’è un solo limite, quello posto dalla nazionalità. Una cosa è essere un cittadino statunitense, una completamente diversa, quella di esserlo di un altro paese, nel caso italiano un alleato. In quanto alleati, ciascuno ha le sue idee, e se non si condivide pienamente la politica americana, come quasi è sempre successo, si cercano dei punti di contatto da rispettare. Se non si trovano, non è che si può mettere in sonno l’alleanza, bisogna romperla, anche perché altrimenti scatta la diffidenza statunitense nei nostri confronti.
L’onorevole Meloni ha avuto il pregio di sostenere la presidenza Biden e non si rammarica di essersi lanciata con entusiasmo nel sostegno di quella Trump. Non conta la simpatia, quanto la lealtà alla alleanza. Il diverbio successivo fra Trump ed il presidente del Consiglio italiano, non avrebbe particolare peso, se non vi fosse stata una differente valutazione sulla guerra in Iran. Lo stesso giudizio sul pontefice, completamente opposto, non comporta particolari problemi. La guerra in Iran, dichiarata illegittima e sbagliata, apre un solco profondo con la Casa Bianca. Perché se la guerra in Iran rappresenta una scelta strategica dell’amministrazione statunitense, il presidente del Consiglio italiano dovrebbe porsi il problema di rompere l’alleanza.
Ovviamente si può sperare che Trump perda le elezioni clamorosamente e che con il Senato e la Camera contro debba darsi una calmata. Cosa che potrebbe anche accadere. Sempre che l’Iran sia solo un pallino di Trump e non invece una decisione profonda della politica americana di non poter più consentire l’esistenza di un regime che giudica l’America intera come l’impero di Satana. In Italia si pensa che Trump e Israele stiano destabilizzando l’ordine mondiale. L’America ed Israele, dai tempi di Carter e Rabin, invece pensano che l’ordine mondiale sia destabilizzato dall’Iran e dai suoi alleati e non capiscono da che parte stiano gli europei e l’Italia. O forse si.
Riccardo Bruno
Direttore politico de “La Voce Repubblicana”


Torquemada: “fuck Israel, free Palestine”
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