
Non ci sono più uomini, o almeno non ce ne sono oggi, capaci di guardare oltre il getto della propria pipì. Si limitano alla gara del presente. Guardano a destra e a sinistra per misurare la gittata del proprio getto rispetto a quella dell’avversario, senza mai guardare davanti a sé. Oltre l’orizzonte, dove dovrebbe cominciare la capacità di immaginare e progettare il futuro. Non è una questione di grandi o piccoli uomini. È una questione di combinazioni. E poi i grandi uomini del passato sono stati descritti così, ma non è affatto detto che lo siano stati davvero. Grandi, intendo. Oggi, invece, li vediamo in tempo reale mentre pisciano fuori dal recinto della buona creanza, della buona politica e, soprattutto, della capacità di allargare lo sguardo oltre i confini del proprio tornaconto. La cosa che li rende fragili è proprio la convinzione di essere invincibili. Una convinzione più di apparenza che di sostanza. Altrimenti non si capirebbe l’ostinazione con cui si alimentano tensioni e si mettono a rischio equilibri economici già precari, fino a evocare il pericolo di un’inflazione globale, pur di impedire che un Paese fuori dalla cerchia dei nove Stati ufficialmente dotati di armi nucleari riesca ad arrivare, sia pure con strumenti ancora rozzi, alla propria bomba atomica. È il piacere di poter dire: anch’io faccio parte dei compagni di classe che partecipano alla gara del getto più lontano. Una gara che oggi, peraltro, si svolge sotto gli occhi di tutti. Con i nuovi sistemi di controllo digitale è sempre più difficile sfuggire ai gendarmi del pianeta. Ma cosa succede quando il controllo non risponde? Quando un sistema si inceppa? Quando l’imponderabile si presenta alla porta? Può accadere l’irreparabile. Guardare oltre il getto della propria pipì significa avere una visione del mondo che sarà domani. Significa capire che la forza non coincide con la capacità di intimidire. Che il potere non si misura dalla quantità di paura che si riesce a seminare. Che la sicurezza di uno Stato non può essere costruita esclusivamente sull’insicurezza di tutti gli altri. Provate a scorrere i nomi dei capi di Stato e di governo che siedono al G20, il gruppo delle principali economie mondiali. Osservateli. Ascoltateli. Seguitene le mosse. Vi pare che possiamo dormire sonni tranquilli? Non serve immaginare un titanico scontro nucleare per capire quanto siamo esposti. Potrebbe bastare un comando elettronico che non funziona, un chip anomalo, un errore di interpretazione. Una catena di ordini impartiti e ricevuti senza che nessuno abbia più il tempo, o l’autorità, di fermarla. Un incidente. Potrebbe bastare quello perché una testata nucleare esploda in una città del Vecchio Continente. E allora la spensieratezza della gara, quella competizione da bambini convinti che il mondo finisca al confine del proprio cortile, si trasformerebbe in un istante in una tragedia senza età. Non ci sarebbero più vincitori né vinti. Né getti da misurare. Soltanto esseri umani costretti a fare i conti con la propria presunzione. Forse il vero problema della nostra epoca non è che manchino uomini forti. È che mancano uomini capaci di fermarsi. Di interrompere la gara. Di abbassare lo sguardo e domandarsi che cosa resterà del mondo quando avranno finito di dimostrare quanto sono potenti. Perché la politica, quella vera, dovrebbe servire proprio a questo: impedire che l’orgoglio di pochi diventi la disgrazia di tutti. E come te ne accorgi che la gara è finita? Come capisci che hai perso il controllo? Perché ti pisci sui piedi.
Angelo Santoro


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