
Belgrado non si smentisce mai. C’è qualcosa di tragico e insieme di tremendamente onesto nella testardaggine con cui questo pezzo di Europa rifiuta di farsi incasellare nei nostri rassicuranti schemi mentali. Noi occidentali, prigionieri della nostra cronica ingenuità, abbiamo esultato. Abbiamo visto le piazze riempirsi, i giovani alzare la voce, la Lista Studentesca spazzare via il vecchio potere di Vučić, e subito abbiamo gridato al miracolo. Abbiamo pensato, con la solita presunzione di chi si crede l’ombelico del mondo, che la caduta di un autocrate significasse automaticamente l’abbraccio alla nostra causa, ai nostri dogmi, alla nostra NATO. Che abbaglio. Che colossale, imperdonabile abbaglio.
La verità è un’altra, ed è dura come la pietra di questa fortezza che guarda il Danubio. Questi ragazzi che oggi prendono in mano le redini della Serbia vogliono la democrazia, certo. Vogliono le riforme, la giustizia, la fine della corruzione. Ma non per questo hanno intenzione di vendere l’anima al nostro mercato delle illusioni. Lo hanno detto chiaramente, con una fermezza che dovrebbe far tremare le feluche di Bruxelles e Washington: la Serbia resta neutrale. Niente NATO, l’alleanza che ancora qui evoca il sibilo dei bombardamenti del 1999. E soprattutto, niente sanzioni a Mosca. Perché la storia non si cancella con un tratto di penna su una scheda elettorale, e le radici profonde non si recidono per compiacere un comitato europeo.
C’è un realismo brutale, quasi biologico, in questa scelta. Non è solo una questione di gas, di riscaldamento per l’inverno o di dipendenza energetica dal Cremlino – quella è la superficie, la scusa materiale. La sostanza è che Belgrado non rinuncia al suo ruolo di cerniera, a quel legame storico e culturale con la Russia che sopravvive ai regimi e alle stagioni politiche. La nuova dirigenza serba ci sbatte in faccia una lezione magistrale di politica estera: si può desiderare l’Europa dei diritti senza per questo accettare l’Europa dei blocchi militari. Per Bruxelles è un risveglio amaro. Si ritrova a dialogare con leader finalmente legittimati dal voto popolare, specchi della nostra stessa idea di democrazia, che però dicono “no” ai nostri diktat geopolitici, che non riconoscono il Kosovo e che guardano a est con la stessa naturalezza con cui guardano a ovest. È la fine dell’illusione che l’allineamento etico coincida con l’allineamento strategico. La Serbia ha scelto la sua strada, ed è una strada maledettamente complicata. Ma è la sua. E a noi non resta che guardarla per quella che è, senza il filtro deformante della nostra ipocrisia.
Giuseppe Basilico


Midterm: la corsa a ostacoli dei democratici al Senato
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La Serbia, ancora un volta, da una lezione a una dirigenza UE suprematista, russofoba, subalterna ai poteri d’oltreoceano.
Prossimamente dovrei intervistare un caro amico, intellettuale serbo, in merito alle recenti elezioni.