
Dopo che il Governo ha approvato la Legge di bilancio, c’è il rischio che un aumento dell’inflazione crei problemi anche ai conti pubblici.
L’iter della legge di bilancio per il 2027 non è iniziato tanto bene, non solo per i contenuti, ma anche per la cornice in cui si inserisce che getta un’ombra di incertezza sull’intera politica economica. Nel cercare di capire e interpretare i 157 articoli approvati dal Governo, non si è data abbastanza attenzione alle stime fornite dall’Istat e all’intervento di Fabio Panetta nella Giornata mondiale del risparmio.
La prima notizia inquietante riguarda l’inflazione balzata addirittura al 5,4% a ottobre. La seconda è che la crescita del Pil si è fermata nel terzo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti ed è a 0,8% se confrontata con lo stesso periodo dello scorso anno.
Ma c’è un terzo allarme fornito dal Governatore della Banca d’Italia: con questo andamento dei prezzi c’è da aspettarsi un altro aumento dei tassi d’interessi. Non va trascurato anche il suo monito sul risparmio privato: “Il flusso delle famiglie si è ridotto nel tempo e chi più avrebbe bisogno di accumulare, i giovani, ha meno possibilità di farlo”. È una miscela micidiale di bassa crescita, inflazione, e necessità di usare il fieno messo in cascina anche per sostenere una popolazione giovanile che stenta a trovare un lavoro pagato in modo adeguato.
Se la corsa dei prezzi è il pericolo pubblico numero uno, nell’immediato il compito di reagire spetta alla Bce. Ma la conferma che Christine Lagarde lascia l’incarico prima del tempo (il 7 febbraio) apre un vuoto. Può darsi che il nome del successore arrivi con il consiglio di fine anno (in pole position l’olandese Klaas Knot ex Governatore della Banca dei Paesi Bassi e lo spagnolo Pablo Hernandez de Cos, presidente della Banca dei regolamenti internazionali).
Christine Lagarde ha detto che la Bce è salda come una roccia e nulla cambia. Può darsi, eppure con quel che accade tra il Golfo Persico e il Mar Nero occorrono flessibilità e immaginazione non un roccioso immobilismo. Quella del Banchiere centrale è considerata un’arte, ma quanto vale in questi tempi quando le armi disponibili possono essere inefficaci o controproducenti?
La politica di bilancio si è basata in Italia su una stima d’inflazione molto più bassa (addirittura il 2% per l’anno prossimo). Ma c’è da dubitare che si arriverà così in basso e anche una stretta monetaria e fiscale potrebbe produrre effetti peggiori.
La virtù principale della manovra anche quest’anno è di non aver largheggiato nonostante il vento elettorale che spira già da tempo. Il ministro Giorgetti ha detto esplicitamente che vengono prima i conti pubblici rispetto alla crescita. Insomma, la frase di un buon ragioniere, dimenticando che crescere significa anche aumentare le entrate. Infatti, se la spesa viene tenuta sotto controllo ciò significa aumentare l’avanzo al netto degli interessi anche oltre quel 2% circa previsto finora, senza dover aggravare la pressione fiscale, senza tagliare la “scala mobile” delle pensioni, senza lesinare sul welfare. In più, così facendo si può ridurre il debito sul Pil.
È proprio il debito a pesare in modo eccessivo anche sulla domanda interna. Ogni anno c’è una tassa occulta, un prelievo di almeno 4,5 punti di Pil a scapito della spesa sociale e produttiva. La necessità di sostenere il debito spinge il Tesoro a offrire titoli di stato vantaggiosi che assorbono un risparmio che non cresce più e spiazzano anche gli investimenti privati, mentre quelli pubblici ristagnano con la fine del Pnrr e le costrizioni del bilancio. Il governo non deve elargire elemosine ma favorire gli investimenti.
Anche se il Governo spera di recuperare dopo aver superato la procedura d’infrazione e si fanno previsioni sui miliardi disponibili in più, la coperta resta corta e dovrebbe indurre a concentrare le risorse su tutto ciò che spinge in alto la crescita. Una attenzione che non c’è stata sufficientemente quando si è utilizzato il Pnrr.
Il balzo di ottobre dell’inflazione ha sorpreso il governo, ma era prevedibile visto che i prezzi stavano crescendo per l’impatto del petrolio e del gas, tuttavia quel 5,4% è notevole e ci fa ricordare il 2022 quando si arrivò oltre l’8% in media annua. Sembrava una fiammata passeggera come disse anche la Bce, ma il fuoco non si è mai spento completamente e ha continuato a covare sotto la cenere.
Analizzando le diverse voci, vediamo che le spese per l’abitazione (luce, acqua, gas, combustibili in genere) sono aumentate del 18,7%, i trasporti del 9,3%, poi via via tutti gli altri: sotto il 2% obiettivo della politica economica e monetaria, c’è molto poco (ricreazione, sport, cultura, abbigliamento e, per fortuna, sanità).
Il Governo ha varato solo misure tampone per compensare in parte la ricaduta, ma è praticamente impossibile annullare gli effetti negativi, tanto più se si pensa di toccare le pensioni. L’aumento delle aliquote su banche e assicurazioni in teoria risponde non solo alla necessità, ma a un principio di equità (siamo tutti sulla stessa barca ha detto Giorgetti, altri avrebbero detto che siamo tutti sullo stesso mare dove c’è chi riesce a navigare e chi affonda), allora sarebbe meglio stabilire una volta per tutte un’imposta sui profitti prevedibile, stabile, non punitiva. Lo stesso può dirsi della flat tax per gli autonomi che assomiglia ormai a un fisco su misura facendo saltare il principio della capacità contributiva e la progressività delle imposte come detta la nostra Costituzione. In questa situazione, la riforma organica che il Governo aveva promesso, è rinviata, forse sine die. Nel frattempo, manca la giustizia fiscale.
Salvatore Rondello


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