
La politica è lo specchio di ciò che siamo. O forse l’interfaccia attraverso la quale mostriamo soltanto ciò che ci fa comodo far vedere. La recente legge elettorale riporta al centro una questione fondamentale: il diritto dei cittadini di scegliere davvero i propri rappresentanti. Quelli del territorio. Ma prima di indignarci per ciò che la politica decide dovremmo porci una domanda scomoda: quando c’era da agire, noi dov’eravamo? Dove sono state le piazze gremite, le proteste, le mobilitazioni capaci di far sentire la voce dei cittadini? Dove sono finiti quelli che oggi si lamentano, denunciano, accusano e dispensano lezioni di democrazia? Il discorso riguarda tutti, ma diventa particolarmente scomodo per chi vota a Sinistra. Perché non basta dichiararsi progressisti, difensori dei diritti e paladini della partecipazione se poi, quando è il momento di dimostrarlo, si preferisce restare comodamente a casa. Non basta indignarsi a parole per sentirsi dalla parte giusta. La coerenza si misura con i fatti, non con gli slogan. Naturalmente nessuna protesta garantisce la vittoria. Ma tra tentare di cambiare le cose e non provarci nemmeno esiste una differenza enorme. Chi oggi si lamenta di ciò che non ha difeso ieri dovrebbe almeno avere l’onestà di riconoscere la propria parte di responsabilità. Al bar siamo tutti leoni. Davanti a un caffè sappiamo come salvare il Paese, individuiamo i colpevoli e distribuiamo sentenze. Poi arriva il momento di agire e il leone torna a essere un gatto. La protesta viene rimandata a domani, l’impegno lasciato a qualcun altro. E domani, puntualmente, non arriva mai. Ci nascondiamo dietro le sigle, i partiti e le appartenenze. Preferiamo il simbolo alla persona perché una sigla non ci guarda negli occhi e non ci chiede conto delle nostre scelte. Siamo indulgenti con i nostri e spietati con gli avversari. Se la nostra parte sbaglia, troviamo una giustificazione; se sbagliano gli altri, pretendiamo condanne senza appello. Poi ci sediamo in pizzeria, con il cellulare al posto della forchetta, e discutiamo del Paese, delle ingiustizie e della politica. Sempre degli altri. La colpa è del governo, dei partiti, del sistema, della televisione e dei giornali. Qualcuno da accusare lo troviamo sempre. Curiosamente, quel qualcuno ha quasi sempre un nome e un cognome. Noi no. Noi siamo una folla indistinta, pronta a giudicare chi decide senza domandarci quanto abbiamo fatto per impedirgli di decidere senza di noi. Eppure la democrazia non è un servizio a domicilio che possiamo pretendere quando ci fa comodo. Richiede tempo, presenza e disponibilità a mettersi in gioco. Non basta lamentarsi delle decisioni prese dagli altri se abbiamo rinunciato a far sentire la nostra voce. Anche l’assenza, alla fine, produce conseguenze. E non possiamo fingere di esserne estranei soltanto perché non abbiamo alzato la mano o partecipato a una protesta. Perché anche il silenzio ha un peso. Anche il disimpegno lascia spazio agli altri. E chi rivendica una cultura della partecipazione non può ricordarsene soltanto quando le cose vanno male. La politica è responsabilità di chi governa, ma anche di chi sceglie, di chi controlla e di chi rinuncia a partecipare. Non possiamo pretendere una società diversa continuando a comportarci come se il cambiamento fosse sempre compito di qualcun altro. Se non ci piace ciò che vediamo allo specchio, forse dovremmo smettere di dare sempre la colpa allo specchio. Il peggio di noi non è soltanto ciò che facciamo, ma anche ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. È la comoda abitudine di restare in disparte, salvo poi lamentarci perché altri hanno deciso al nostro posto. Perché il peggio di noi, qualche volta, è proprio questo: dover imparare dai ragazzini ciò che noi adulti abbiamo smesso di fare.
Angelo Santoro


Il nemico dentro, e gli idioti che gli aprono la porta
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