
Giorgia Meloni ha portato a casa la sua quinta manovra finanziaria, circa 26 miliardi di euro, e la presenta come il risultato di un equilibrio difficile fra le richieste della maggioranza e la necessità di tenere in ordine i conti pubblici. Giancarlo Giorgetti rivendica la prudenza, i vicepremier possono esibire qualche bandierina e Palazzo Chigi si prepara a spiegare agli italiani che il governo ha fatto tutto quello che poteva. È una formula che conosciamo: le risorse sono poche, le esigenze molte, le promesse elettorali parecchie. Eppure, proprio perché siamo alla vigilia dell’ultima parte della legislatura, vale la pena guardare la manovra senza pregiudizi, ma anche senza l’entusiasmo obbligatorio delle conferenze stampa. Il taglio dell’Irpef per il ceto medio, con l’estensione del secondo scaglione al 33 per cento fino a 55 mila euro, può produrre un risparmio massimo di 500 euro l’anno per chi ne beneficia. Non è una rivoluzione fiscale, ma per molti contribuenti è comunque qualcosa. Il governo ricorda anche gli interventi sulla sanità, i congedi parentali, gli incentivi al lavoro e le risorse per le imprese. Tutto legittimo, tutto da verificare nella sua applicazione concreta. Perché il cittadino non vive di cifre aggregate e non paga la spesa con le slide del ministero. Vuole sapere quanto gli resterà in tasca, quanto dovrà aspettare per una visita medica, se il figlio troverà un lavoro e se la pensione sarà sufficiente a vivere. La manovra cerca di rispondere a queste domande, ma non può risolverle tutte. E, soprattutto, deve ancora passare dal Parlamento, dove le promesse rischiano di moltiplicarsi e le coperture di diventare improvvisamente meno elastiche. Giorgetti ha chiesto ai suoi di non trasformare la discussione in un assalto alla diligenza. È un auspicio ragionevole, anche se in una maggioranza che si avvicina alle elezioni la tentazione di aggiungere qualche regalo dell’ultima ora sarà forte. La serietà dei conti si misura anche dalla capacità di resistere alle richieste dei propri alleati, non soltanto da quella di respingere le critiche delle opposizioni.
Poi, fortunatamente, la politica italiana sa concedersi qualche parentesi che rende meno indigesta la lettura dei documenti finanziari. La personalizzazione delle targhe automobilistiche, annunciata dalla premier, è una di queste. Chi lo vorrà potrà scegliere lettere e numeri, naturalmente pagando un supplemento. Meloni si è detta convinta che la creatività degli italiani saprà farsi valere. Non ne dubito. Avremo targhe con le iniziali del proprietario, la data di nascita, il nome della moglie o dell’amante, il numero fortunato e magari la sigla del partito preferito. Qualcuno potrebbe perfino scegliere una targa con il proprio programma politico: meno tasse, più parcheggi, strade senza buche. Sarebbe una novità interessante, purché il programma non si trasformi in una dichiarazione mendace punibile dal codice della strada. La fantasia nazionale, del resto, è una risorsa che non compare nei conti pubblici, ma raramente manca. Più concreta è la conferma strutturale dell’esenzione dal bollo per le auto fino a 80 kilowatt e per le moto, una misura che riguarda una parte consistente dei veicoli circolanti. E poi c’è il bonus bebè, o meglio il salvadanaio previdenziale per i nuovi nati: lo Stato verserà 100 euro all’anno per ogni bambino, fino alla maggiore età. In diciotto anni fanno 1.800 euro, senza considerare eventuali rendimenti e altri versamenti familiari. Non è una fortuna, ma nemmeno una cifra da disprezzare. Il problema è che nessuno mette al mondo un figlio perché lo Stato promette di riempirgli il salvadanaio. Le famiglie hanno bisogno di asili nido, stipendi adeguati, case accessibili, servizi efficienti e la possibilità di conciliare lavoro e genitorialità. Un mese aggiuntivo di congedo parentale retribuito all’80 per cento va nella direzione giusta; anche gli incentivi alle assunzioni possono aiutare, se saranno costruiti in modo da produrre occupazione stabile. Ma la natalità non si risolve con una monetina infilata ogni anno in un conto intestato a un neonato. Il rischio è quello di confondere un segnale, magari apprezzabile, con una politica organica. Lo stesso vale per il voucher sanitario da 300 euro destinato agli anziani con determinati requisiti di reddito: può essere utile, ma non sostituisce un servizio sanitario capace di garantire a tutti cure tempestive. Insomma, le targhe personalizzate fanno sorridere, i salvadanai fanno tenerezza; il bilancio dello Stato, però, dovrebbe occuparsi soprattutto di ciò che rende meno complicata la vita degli italiani.
Il calendario politico spiega molte delle scelte e aiuta a capire perché questa manovra non sia soltanto una questione di aliquote e capitoli di spesa. Meloni si avvia verso le prossime elezioni politiche con l’intenzione di presentarsi come la garante della stabilità, dopo una legislatura nella quale la maggioranza ha resistito a tensioni e divisioni che in altri tempi avrebbero fatto cadere più di un governo. La nuova legge elettorale, approvata dal Parlamento ed entrata in vigore, punta a favorire la governabilità attraverso un sistema proporzionale con premio e indicazione del candidato alla guida del governo. La maggioranza la considera uno strumento per assicurare esecutivi più solidi; le opposizioni la giudicano cucita sulle convenienze di chi governa. Il confronto politico è inevitabile, ma c’è una questione che non andrebbe trascurata: la legge elettorale può stabilire le regole della partita, non il risultato. E resta possibile un vaglio della Corte costituzionale, qualora le disposizioni fossero contestate nelle sedi appropriate. Sarebbe imprudente considerare ogni aspetto della riforma definitivamente al riparo da ogni censura, così come sarebbe sbagliato confondere una maggioranza parlamentare con una garanzia di vittoria alle urne. La cronaca internazionale di questi giorni offre a Meloni un promemoria particolarmente eloquente. In Serbia, il movimento sostenuto dagli studenti ha sconfitto il campo politico di Aleksandar Vučić dopo anni di predominio; in Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha battuto al ballottaggio Flávio Bolsonaro, ribaltando il risultato del primo turno. Sono situazioni molto diverse, che non si possono trasferire meccanicamente nella realtà italiana. Ma entrambe ricordano che nessun leader, per quanto radicato e sicuro della propria macchina politica, può considerare acquisito per sempre il consenso dei cittadini. In Serbia è stata decisiva anche la partecipazione, in Brasile la rimonta ha mostrato quanto possa cambiare il voto fra un turno e l’altro. Le elezioni non sono una ratifica notarile del potere esistente. A volte premiano chi governa, altre volte puniscono chi ha deluso, altre ancora aprono la strada a forze che fino al giorno prima sembravano marginali. Meloni farà bene a osservare questi segnali senza limitarsi a cercare analogie favorevoli. La stabilità è un valore, ma non basta proclamarla: deve essere riconosciuta dagli elettori nella loro vita quotidiana.
Alla fine, la manovra è anche un tentativo di raccontare un governo che vuole arrivare alle urne potendo rivendicare risultati concreti. Il taglio dell’Irpef, l’esenzione dal bollo, gli incentivi al lavoro e il sostegno alle famiglie possono diventare argomenti credibili, purché i benefici siano effettivi e non si dissolvano nella distanza fra annunci e attuazione. Al tempo stesso, le risorse chieste al settore finanziario, alle società energetiche e al comparto dei giochi, insieme ai tagli ai ministeri, mostrano quanto sia complicato finanziare promesse diverse senza compromettere gli equilibri di bilancio. La discussione parlamentare sarà il banco di prova: vedremo se prevarrà la disciplina o se ogni forza politica tenterà di aggiungere la propria misura, possibilmente con il nome ben stampato sopra. Quanto alla premier, la vera partita non si giocherà sulle targhe personalizzate e nemmeno sul numero di bonus che riuscirà a mettere in vetrina. Si giocherà sulla percezione che gli italiani avranno del proprio futuro, sui salari, sul costo della vita, sulla sanità, sulla sicurezza economica delle famiglie e sulle opportunità offerte ai giovani. Una targa può essere scelta dal proprietario, un salvadanaio può essere aperto alla nascita; la fiducia politica, invece, non si personalizza e non si versa a rate. La si conquista, giorno dopo giorno, e si può perderla anche dopo molti anni di governo. È questa la lezione che arriva dalle urne straniere e che dovrebbe essere tenuta presente anche a Roma. Le leggi elettorali sono importanti, le manovre finanziarie lo sono ancora di più, ma nessuna norma può obbligare un cittadino a votare per chi lo governa. Quando arriverà il momento, ciascuno farà i propri conti. E non è detto che siano gli stessi che Giorgetti ha messo in ordine al Tesoro.
Cesare Mannucci

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