
Le elezioni del 27 ottobre ridisegnano il quadro politico israeliano senza consegnare una maggioranza a nessuno. Ma mentre i partiti cercano nuovi equilibri, le minacce regionali restano e la continuità strategica diventa una questione decisiva.
Le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026 restituiscono l’immagine di una nazione politicamente divisa, ma tutt’altro che disposta a rinunciare alle proprie certezze in materia di sicurezza nazionale. Dopo tre anni segnati dal massacro del 7 ottobre 2023, dalla guerra contro Hamas, dallo scontro con Hezbollah e dal confronto militare con l’Iran, gli israeliani hanno espresso un voto che ridimensiona la maggioranza uscente senza consegnare il governo all’opposizione. Un risultato che non può essere liquidato come una sconfitta personale di Benjamin Netanyahu, né interpretato come un mandato al cambiamento radicale. La società israeliana chiede risposte, pretende maggiore responsabilità politica, ma continua a considerare la difesa dello Stato una priorità sulla quale non sono ammesse leggerezze.
I numeri provvisori sono eloquenti. Con circa il 91% dei voti scrutinati, il blocco di Netanyahu conquista 53 seggi, contro i 48 dell’opposizione guidata dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, mentre i partiti arabi raggiungono complessivamente 19 seggi. Il Likud rimane il primo partito con 26 deputati, seguito da Yashar di Eisenkot con 21. Nessuno dei due schieramenti raggiunge i 61 seggi necessari per disporre della maggioranza parlamentare e la crescita della rappresentanza araba modifica sensibilmente gli equilibri della Knesset. Netanyahu conserva un consenso significativo, nonostante le contestazioni e le responsabilità politiche attribuitegli per gli eventi del 7 ottobre, mentre Eisenkot dimostra di poter aggregare una parte consistente dell’elettorato senza riuscire, almeno per ora, a costruire una maggioranza alternativa. Il problema è soprattutto politico: le forze contrarie a Netanyahu comprendono posizioni profondamente differenti, dalla destra nazionalista alla sinistra democratica, con divergenze difficilmente conciliabili sui rapporti con i palestinesi, sulla gestione dei territori e sulla possibile collaborazione parlamentare con i partiti arabi.
Ma il vero significato di queste elezioni va cercato oltre i confini della Knesset, perché Israele affronta una situazione strategica che non consente di separare la stabilità politica dalla sicurezza nazionale. L’Iran continua a rappresentare il principale riferimento regionale delle organizzazioni armate ostili allo Stato ebraico, nonostante i duri colpi subiti dal suo apparato militare e dalla rete delle alleanze. Hezbollah conserva capacità operative che impongono un’attenta sorveglianza del fronte settentrionale, mentre a Gaza la questione centrale resta impedire che Hamas possa ricostituire una struttura militare in grado di minacciare nuovamente Israele. A tutto questo si aggiunge la Cisgiordania, dove la violenza, l’espansione degli insediamenti e l’assenza di una prospettiva politica condivisa alimentano tensioni destinate a pesare su qualsiasi governo. Sono problemi strutturali, maturati nel corso di decenni, che non scompaiono con un cambio di maggioranza e che richiedono una strategia coerente, sostenuta da capacità militari, intelligence e diplomazia.
Netanyahu ha costruito gran parte della propria esperienza politica sulla convinzione che Israele debba mantenere una superiorità militare assoluta rispetto ai suoi potenziali avversari, accompagnandola con un rapporto privilegiato con Washington. Una strategia che ha attraversato amministrazioni americane profondamente diverse e che oggi trova nell’intesa con Donald Trump un elemento importante, ma anche una possibile fonte di incertezza. La politica estera americana risente infatti delle priorità personali del presidente e delle tensioni interne agli Stati Uniti, rendendo indispensabile per Israele conservare autonomia decisionale e rapporti solidi anche con gli altri interlocutori occidentali. Il dialogo con l’Europa, il mantenimento degli accordi di normalizzazione con gli Stati arabi e la possibilità di riaprire un percorso diplomatico con l’Arabia Saudita costituiscono altrettanti elementi di una strategia che non può esaurirsi nella dimensione militare. Israele deve continuare a difendersi, ma deve anche evitare che i successi sul campo vengano progressivamente indeboliti dall’isolamento diplomatico.
Eisenkot, per formazione ed esperienza, conosce perfettamente questa realtà. Ex capo di Stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, non rappresenta una rottura con la tradizionale dottrina israeliana della sicurezza. Le sue divergenze con Netanyahu riguardano soprattutto la gestione politica delle operazioni, i rapporti istituzionali e il metodo con il quale vengono assunte le decisioni strategiche. È una distinzione importante, perché dimostra come il confronto elettorale, pur durissimo, non coincida necessariamente con una contrapposizione sui principi fondamentali della difesa nazionale. Resta però aperta una questione altrettanto delicata: la composizione del futuro esecutivo e la sua capacità di prendere decisioni rapide senza rimanere ostaggio dei veti incrociati tra forze politiche che condividono l’opposizione a Netanyahu, ma non necessariamente un programma di governo.
Sul piano interno, inoltre, il voto non cancella le profonde contraddizioni che attraversano la società israeliana. La questione dell’esenzione dal servizio militare per una parte della popolazione ultraortodossa è diventata particolarmente sensibile dopo anni di mobilitazione dei riservisti. È difficile chiedere sacrifici prolungati a centinaia di migliaia di cittadini senza affrontare seriamente una distribuzione tanto diseguale degli obblighi di difesa. A questo si aggiungono le tensioni sulla giustizia, il rapporto tra politica e istituzioni e le responsabilità ancora controverse nella gestione della sicurezza prima del 7 ottobre. Netanyahu non può ignorare queste questioni, così come Eisenkot non potrebbe eluderle una volta arrivato al governo. La tenuta di Israele dipende anche dalla capacità di ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, perché una nazione impegnata su più fronti non può permettersi di trasformare ogni confronto politico in una crisi permanente.
Il presidente Isaac Herzog dovrà ora gestire consultazioni complesse, nelle quali potrebbero emergere formule di governo assai diverse. Un’intesa di unità nazionale, una coalizione costruita attraverso accordi tra forze oggi contrapposte oppure il prolungamento dell’instabilità parlamentare rappresentano scenari con conseguenze differenti. Il problema non è soltanto individuare chi possa raggiungere la maggioranza numerica, ma comprendere quale assetto istituzionale sia in grado di garantire decisioni efficaci in una fase nella quale le tensioni regionali, i rapporti con Washington e le questioni militari richiedono continuità e coordinamento. Anche l’eventuale permanenza di un governo dimissionario per un periodo prolungato avrebbe conseguenze politiche, perché la gestione ordinaria dell’esecutivo non può sostituire indefinitamente un indirizzo strategico sostenuto da una maggioranza parlamentare.
È proprio su questo punto che il risultato elettorale impone la riflessione più seria. In qualsiasi democrazia l’alternanza di governo costituisce una possibilità naturale e legittima, ma Israele non attraversa una fase ordinaria della propria storia. Il confronto con l’Iran, la situazione a Gaza, il fronte libanese e l’evoluzione degli equilibri mediorientali formano un sistema di crisi strettamente collegate, nel quale una decisione assunta su un fronte può produrre conseguenze immediate sugli altri. Cambiare contemporaneamente l’intero vertice politico, modificare le priorità diplomatiche e ridefinire i rapporti con gli alleati comporterebbe una transizione particolarmente impegnativa, anche considerando che gli apparati militari e di intelligence assicurano comunque una propria continuità istituzionale.
Questo non rende Netanyahu insostituibile, né cancella le responsabilità del governo uscente. Significa però riconoscere che la formazione del prossimo esecutivo non può essere valutata esclusivamente attraverso le convenienze parlamentari o le rivalità personali. La questione decisiva riguarda la capacità di mantenere una linea strategica riconoscibile, garantire il funzionamento delle istituzioni e affrontare le emergenze senza introdurre ulteriori fattori di incertezza.
Il voto del 27 ottobre ha dimostrato che Israele vuole discutere il proprio futuro, ma non ha espresso una maggioranza capace di indicare una direzione politica inequivocabile. In una fase internazionale tanto fluida, caratterizzata da equilibri regionali ancora instabili e minacce che non concedono tregue, un cambio completo dell’esecutivo, privo di un passaggio di responsabilità attentamente concordato e di precise garanzie di continuità strategica, comporterebbe rischi estremamente elevati. La democrazia israeliana ha la forza per affrontare un ricambio politico, ma la sicurezza dello Stato richiede che quel passaggio avvenga senza compromettere la capacità di difendere il Paese. È questa la responsabilità che il risultato elettorale consegna alla futura maggioranza, qualunque essa sia.
Piero Terracina

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