
Un fantasma s’aggira per le redazioni della stampa italiana, e ha i tratti sinuosi e controversi dell’eterno conflitto di interessi. Un’ombra lunga che proietta il panorama mediatico nazionale d’oggi direttamente negli anni Novanta, all’epoca dell’ascesa di Silvio Berlusconi. A sollevare il velo su una dinamica tutta italiana è stato il quotidiano francese Le Monde, mettendo a nudo l’impero e le ambizioni di Antonio Angelucci: re delle cliniche private, parlamentare di lungo corso della destra e, soprattutto, dominus incontestato di un vero e proprio polo editoriale d’area.
La parabola di Antonio Angelucci (classe 1944), imprenditore originario dell’Abruzzo ma trapiantato a Roma, è una classica storia di accumulazione di capitale all’italiana. La sua fortuna economica affonda le radici nel settore della sanità privata e della riabilitazione, con il colosso Tosinvest — un impero economico cresciuto parallelamente a massicci finanziamenti e convenzioni con il denaro pubblico regionale — a cui si affianca una presenza capillare nel settore immobiliare. Eletto per la prima volta in Parlamento nel 2008 tra le file del Popolo della Libertà, e in seguito approdato alla Lega dopo una fedele militanza berlusconiana, Angelucci ha fatto propria la storica lezione piduista sull’importanza strategica dei media, comprendendo prima di altri nel contesto attuale il valore della carta stampata come strumento di influenza politica. Con un’opera di acquisizione metodica, l’imprenditore ha messo le mani su tre testate simbolo del giornalismo d’area conservatrice e sovranista: da Libero, autentico laboratorio di provocazione politica e battaglie identitarie, a Il Tempo, storicamente radicato a Roma e nel Centro Italia, fino a Il Giornale, la storica creatura fondata da Indro Montanelli ed ex fiore all’occhiello della famiglia Berlusconi.
Il punto di svolta — e di massima tensione istituzionale — si è toccato nel 2024, quando è emersa la volontà di Angelucci di mettere sul piatto una cifra vicina ai 40 milioni di euro per rilevare AGI (Agenzia Giornalistica Italia), la seconda agenzia di stampa del Paese, di proprietà del colosso energetico di Stato ENI. L’operazione ha scatenato un vero e proprio terremoto politico ed editoriale, portando alla luce gravi criticità su più fronti. Sul piano del monopolio informativo, l’acquisizione avrebbe garantito il controllo simultaneo di tre quotidiani nazionali e della principale agenzia d’informazione d’area, accentrando un potere d’influenza senza precedenti. Sul versante del rapporto tra pubblico e privato, l’intesa appariva quantomeno opaca, vedendo un’azienda partecipata dallo Stato come ENI pronta a cedere un asset primario dell’informazione direttamente a un parlamentare di maggioranza. A complicare ulteriormente il quadro emerge infine il delicato nodo tra sanità e finanziamenti, segnato dalla profonda commistione tra i massicci fondi pubblici sanitari erogati dalle Regioni al gruppo clinico di Angelucci e la loro potenziale conversione nell’acquisto di media destinati all’influenza politica. Proprio per questo, i giornalisti dell’AGI sono scesi in sciopero per settimane per denunciare il rischio tangibile per l’indipendenza dell’informazione, mentre le opposizioni parlavano apertamente, e giustamente, di un grave “assalto alla libertà di stampa”.
Non è un caso che la stampa estera, a partire dall’analisi di Le Monde, abbia accostato la figura di Angelucci a quella del Cavaliere. Tuttavia, rispetto all’originale, il modello ideato dal “re della sanità” presenta un’evoluzione ancora più diretta: se Berlusconi aveva fondato un partito anche per blindare e promuovere le sue aziende — a partire dall’impero televisivo Fininvest nato ed edificato ben prima della sua discesa in campo politico nel 1994 —, Angelucci usa le proprie testate come cassa di risonanza per sostenere le politiche dell’attuale governo guidato da Giorgia Meloni, garantendosi un canale privilegiato d’interlocuzione con l’esecutivo.
In un’epoca in cui i quotidiani faticano a far quadrare i bilanci, la concentrazione di testate strategiche nelle mani di un singolo parlamentare di maggioranza ripropone un interrogativo che l’Italia non ha mai davvero risolto: fin dove può spingersi il confine tra iniziativa imprenditoriale, propaganda politica e tutela del pluralismo? La vicenda Angelucci dimostra chiaramente che, a distanza di trent’anni dalle grandi battaglie sulle TV berlusconiane, l’intreccio tra potere politico, capitali legati allo Stato e controllo dei media rimane ancora oggi uno dei nodi irrisolti e più spinosi della democrazia italiana.
Antonio Laraia

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