
L’attacco di Giorgia Meloni alla magistratura per la liberazione di Youssef Siher è di una gravità inaudita. Definire «vergognosa» una decisione giudiziaria motivata significa voler delegittimare chi deve valutare gli elementi dell’accusa, quando le sue conclusioni contraddicono la narrazione del governo.
Siher è un giovane ricercatore italiano di origini marocchine. La giudice ha respinto la richiesta della Procura, non ravvisando i gravi indizi necessari per tenerlo in carcere. L’indagine prosegue, ma questo non autorizza nessuno a trattarlo come un colpevole già condannato.
C’è inoltre un fatto che dovrebbe imporre maggiore prudenza: il canale Telegram del “Movimento 17 ottobre” è stato aperto la sera del 18 ottobre, dopo gli scontri e i saccheggi di Milano. Siher non può dunque aver organizzato attraverso quel canale fatti già avvenuti. Le contestazioni riguardavano anche la possibile istigazione a violenze successive: proprio gli elementi che la giudice ha valutato insufficienti a giustificare la detenzione.
La verità è che questa destra voleva offrire all’opinione pubblica un capro espiatorio, utile per la sua narrazione contro i migranti.
Quando questa rappresentazione ha incontrato il controllo di un giudice, la presidente del Consiglio reagisce attaccando la magistratura.
Il carcere non può diventare uno strumento per rassicurare il governo o soddisfare la propaganda.
Qui sta il pericolo per la nostra democrazia: pretendere che la giustizia confermi le indicazioni del potere politico.
È una pretesa che considero eversiva dei principi dello Stato di diritto.
L’indipendenza della magistratura e la libertà di manifestare tutelano tutti, soprattutto quando il dissenso dà fastidio a chi governa.
Enrico Rossi

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