
Ci sono storie che dovrebbero rappresentare un patrimonio morale per la Sicilia e storie politiche che continuano a sollevare interrogativi dolorosi. Eppure, quando si tratta di decidere come spendere il denaro pubblico, sembra che tutto possa ridursi ad una graduatoria e ad una firma. La notizia dei 30 mila euro concessi dalla Sicilia Film Commission al docufilm ‘Totò che visse tre volte’, diretto da Aurelio Grimaldi e dedicato a Totò Cuffaro, è difficile da digerire, soprattutto se si paragona a quanto accaduto con il progetto televisivo dedicato a Biagio Conte.
Parliamo di due figure che incarnano storie profondamente diverse: da una parte Fratel Biagio, che abbandonò ogni sicurezza personale per vivere accanto ai poveri, ai senzatetto e agli ultimi, trasformando la propria esistenza in una missione di carità, accoglienza e solidarietà; dall’altra Cuffaro, ex presidente della Regione con una condanna definitiva a sette anni per favoreggiamento alla mafia e coinvolto successivamente in un’altra vicenda giudiziaria conclusasi con un patteggiamento a tre anni per corruzione.
Biagio Conte non ha cercato potere, poltrone o privilegi: ha scelto la strada più difficile, quella di chi si mette al servizio degli altri senza chiedere nulla in cambio. Per tanti siciliani è stato una figura dalla statura spirituale straordinaria, quasi un santo nella sua capacità di farsi prossimo verso chiunque fosse stato abbandonato. La sua storia meritava di essere raccontata e conosciuta, soprattutto dalle nuove generazioni.

E invece, nel luglio 2025, il progetto ‘Biagio Conte – La vita per gli ultimi’, prodotto da Anele in collaborazione con Rai Fiction, fu inizialmente escluso dai finanziamenti della Film Commission, nonostante avesse ottenuto i punteggi necessari: le risorse disponibili erano state esaurite. La decisione provocò proteste e indignazione. La Missione Speranza e Carità parlò di un’occasione mancata; lo stesso presidente Renato Schifani chiese chiarimenti all’assessore al Turismo Elvira Amata e volle conoscere le ragioni dell’esclusione.
Nei mesi successivi fu annunciato il reperimento di nuove risorse, ma la vicenda attraversò ulteriori difficoltà: la produttrice denunciò che il finanziamento previsto era stato stralciato dalla manovra e che la produzione avrebbe dovuto spostarsi fuori dalla Sicilia. Nel novembre 2025 arrivò poi una concessione provvisoria di 370.267,13 euro. Una ricostruzione che non cancella, però, il dato politico iniziale: per sostenere il racconto di una figura simbolo di altruismo e solidarietà si è aperta una vicenda lunga, controversa e segnata da un mancato finanziamento iniziale.
Oggi, invece, apprendiamo che per un docufilm su Cuffaro sono stati assegnati con facilità 30 mila euro pubblici. E qui la domanda diventa inevitabile: quali criteri guidano davvero le scelte della Regione? Nessuno vuole censurare un regista, impedire la realizzazione di un’opera o negare a Cuffaro il diritto di essere raccontato, ma finanziare con risorse pubbliche un documentario che, secondo la ricostruzione giornalistica, non affronta neppure la successiva vicenda giudiziaria dell’ex presidente, solleva interrogativi che non possono essere liquidati come polemiche strumentali.
La libertà artistica è una cosa, la responsabilità di chi assegna denaro dei cittadini è un’altra. Il problema non è raccontare Cuffaro: è capire perché la Regione ritenga meritevole di sostegno pubblico questo progetto e quali ragioni abbia adottato per valutarlo.
L’assessore Elvira Amata e il presidente Schifani devono rispondere con chiarezza, rendendo pubblici gli atti e i criteri che hanno portato all’assegnazione dei 30 mila euro. Non basta richiamare la regolarità amministrativa: chi governa deve saper spiegare anche il significato delle proprie scelte.
Il confronto con la vicenda di Biagio Conte è, infatti, inevitabile. Da una parte un uomo che ha dedicato la vita agli ultimi, diventando un simbolo di umanità per Palermo e per la Sicilia; dall’altra un ex presidente condannato per favoreggiamento alla mafia e successivamente coinvolto in un’altra vicenda giudiziaria. Non sono storie equivalenti e non devono essere trattate come se lo fossero.
La Regione ha il diritto di finanziare opere diverse, ma ha anche il dovere di motivare le proprie decisioni, soprattutto quando queste toccano la memoria civile e la sensibilità di una comunità.
La Sicilia merita Istituzioni capaci di riconoscere il valore delle proprie figure migliori e di spiegare, senza ambiguità, come vengono impiegati i soldi dei cittadini. Schifani e Amata chiariscano questa scelta, perché la trasparenza non è facoltativa e la credibilità delle Istituzioni si misura anche dalle priorità che i suoi rappresentanti decidono di sostenere.
Angioletta Massimino

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