
di Lucia Ragazzi e Elena Tafuro Ambrosetti*
Il terzo vertice Russia-Africa, previsto a Mosca il 28 e 29 ottobre 2026, sembra destinato più a consolidare relazioni già avviate che a generare nuove aspettative. Per il Cremlino, mantenere questo appuntamento significa dare continuità alla propria proiezione africana e mostrare che la Russia resta un interlocutore con proiezione internazionale, nonostante l’isolamento a cui le sanzioni occidentali miravano a spingere Mosca per via della sua guerra di aggressione contro l’Ucraina. Per i governi africani, tuttavia, l’utilità dell’incontro dipenderà dalla capacità di trasformare il dialogo politico in vantaggi economici e diplomatici concreti.
La prima edizione beneficiava dell’effetto novità: a Sochi, nel 2019, Mosca presentava il proprio ritorno nel continente come un ampliamento delle possibilità di cooperazione a disposizione degli Stati africani. Nel 2023, la guerra in Ucraina aveva modificato il significato dell’appuntamento. Il secondo vertice, svoltosi a San Pietroburgo, consentiva a Mosca di contrastare l’isolamento diplomatico, ma offriva anche ai partecipanti africani uno spazio per avanzare richieste – e iniziative – proprie. L’iniziativa africana di pace, avanzata nel 2023 da sette paesi africani come track alternativo di mediazione sulla guerra in Ucraina e discussa con Vladimir Putin anche a San Pietroburgo, collegava la mediazione sul conflitto alle sue conseguenze umanitarie e alimentari, consentendo ai leader africani presenti di discutere di una crisi esterna dalle ripercussioni dirette sulle economie africane, oltre che coltivare le relazioni bilaterali.
Alla vigilia della terza edizione, la continuità del dialogo appare come elemento più evidente della strategia russa. L’istituzionalizzazione del formato, però, non garantisce di per sé un rinnovato slancio. Se il formato ha acquisito una propria continuità, la sua capacità di generare risultati, invece, deve essere ancora dimostrata. Nel 2023 furono annunciati 161 accordi, senza divulgarne il valore complessivo, prevalentemente nella cooperazione umanitaria, nell’istruzione e nelle relazioni istituzionali. Il numero delle intese documenta l’attività negoziale, ma dice poco sul loro contenuto e sulla loro attuazione. Da qui l’impressione di un’iniziativa sostenuta anche dall’inerzia diplomatica: politicamente utile a Mosca, ma con scarsi benefici economici paragonabili per risorse mobilitate rispetto ad altri attori esterni come Unione Europea e Cina – rispettivamente il primo e secondo partner commerciale del continente africano – e molti altri.
Continua il format, cambiano le circostanze
Nell’ottobre 2019, il primo vertice Russia-Africa era stato salutato come un appuntamento senza precedenti nei rapporti tra la Russia e il continente. Dopo decenni di presenza marginale, Mosca dimostrava di voler rilanciare in modo strutturato i rapporti con l’Africa, ponendosi obiettivi ambiziosi e rilanciando la retorica sovietica della comune lotta antimperialista per presentarsi come un partner che per sua stessa natura potesse essere più allineato rispetto all’Occidente e con le priorità dei paesi africani. In quanto tale, il vertice aveva suscitato un marcato interesse, misurabile non solo nell’attenzione rivoltagli allora dagli osservatori internazionali, ma soprattutto in termini di partecipazione africana: vi erano rappresentati tutti i paesi africani, tra cui ben 45 capi di stato o di governo. Nella dichiarazione finale venivano individuati accordi per la cooperazione politica, economica, militare, scientifica, culturale e umanitaria; soprattutto, si istituiva il formato periodico dell’”Africa+1″, quello dei più diffusi summit internazionali rivolti all’africa, in cui i leader del continente sono invitati a incontrare collegialmente il partner esterno. Se questo appuntamento fu di per sé una tappa storica, che sanciva un auspicato rilancio delle relazioni per la prima volta dai tempi dell’URSS, lo slancio che portò con sé risultò significativamente attenuato nel summit successivo, con la partecipazione di 17 capi di stato e di governo africani. Tra i documenti ufficiali che ne scaturirono vi era un Action Plan del Russia–Africa Partnership Forum per il 2023–2026. Anche il terzo summit Russia-Africa, che non si terrà come inizialmente ipotizzato in un paese africano ma nella capitale russa, stando a quanto anticipato dal ministro degli esteri Sergey Lavrov, dovrebbe produrre un Action Plan per il triennio successivo. Il programma preliminare del forum, intitolato “Sviluppare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e liberare insieme il potenziale di ogni paese africano”, articola le discussioni in blocchi dedicati a relazioni politiche, economia, cooperazione e formazione del capitale umano, tecnologia e media. Per approccio e temi proposti, insomma, si inserisce in continuità con il processo avviato nel 2019 e volto ad instaurare e consolidare un’impalcatura di relazioni su più ambiti e livelli.
Le circostanze internazionali, però, sono radicalmente diverse e cambiano la portata – per quanto è dato presumere circa le presenze africane – e le connotazioni dell’appuntamento, ormai stabilmente in contrapposizione retorica con una lettura della politica globale a trazione occidentale. Già nel 2023, per quanto i partecipanti provenissero da paesi con rapporti internazionali molto variegati tra di loro – dai leader saheliani saliti al potere con colpi di stato, a quelli di paesi che intrattengono rapporti regolari anche con gli stati europei e con gli Stati Uniti – il Cremlino aveva attribuito la scarsa affluenza africana alle pressioni esercitate a livello internazionale perché i governi africani prendessero le distanze da Mosca nel contesto della guerra in Ucraina. Di fatto, molti paesi africani hanno continuato a mantenere con la Russia relazioni quantomeno esplorative, segno della loro riluttanza a schierarsi lungo le grandi linee di faglia della politica globale sul conflitto russo-ucraino, che le loro opinioni pubbliche percepiscono come lontano e poco rilevante rispetto alle priorità africane. Anche tra le partecipazioni annunciate per il summit del 2026 il quadro non è uniforme. Ci sono i paesi del Sahel, che negli ultimi anni hanno rafforzato i legami di sicurezza con Mosca e adottato una linea oltranzista nei confronti dell’Occidente, ma sembra confermata anche la presenza dei presidenti di Ghana, Mozambico, Namibia e di altri paesi che, in un modo o nell’altro, adottano posizioni molto più caute e moderate, anche tramite la partecipazione a progetti di partnership come il Global Gateway europeo o il Piano Mattei italiano.
Una presenza commerciale in crescita, ma sempre più concentrata
La dimensione commerciale dei rapporti tra Russia e Africa restituisce un quadro di crescita, accompagnata da una crescente concentrazione delle forniture. Secondo i dati UNCTAD relativi al periodo 2019-2025, l’interscambio totale è passato da 16 a 25 miliardi di dollari. Un aumento trainato dalle esportazioni russe verso il continente, aumentate da 13,9 a 21 miliardi di dollari (un incremento del 51%). L’espansione rispetto all’anno del primo vertice è dunque significativa, anche se il 2025 registra una lieve contrazione rispetto al 2024. Queste cifre, tuttavia, misurano il valore delle esportazioni a prezzi correnti: risentono quindi anche delle oscillazioni dei prezzi e non consentono, da sole, di stabilire quanto siano aumentate le quantità vendute. Inoltre, esse rappresentavano nel 2025 solo il 2,9% dell’export russo. L’Africa conta ancora meno per Mosca dal punto di vista delle importazioni: 11 miliardi di dollari, ovvero meno dell’1% dell’import totale russo.
Nel 2019, cereali, petrolio e fertilizzanti rappresentavano complessivamente il 37,8% delle esportazioni russe verso l’Africa; nel 2025 la loro quota raggiungeva il 52,2%. Oltre metà delle vendite si concentra quindi in tre comparti direttamente collegati all’approvvigionamento alimentare, alla produzione agricola e all’energia. Mosca ha rafforzato soprattutto la propria posizione come fornitrice di beni essenziali, ruolo che dà alla Russia un’importante leva politica al di là del valore monetario delle transazioni. La Russia interviene sia nell’offerta di prodotti alimentari sia nella fornitura di mezzi necessari alla produzione locale: per i partner africani, questa relazione può assicurare approvvigionamenti importanti, ma giustifica anche l’importanza strategica di diversificare i fornitori.
Sul versante energetico prevale nettamente il petrolio. Tra il 2019 e il 2025, il valore delle esportazioni è quasi raddoppiato, passando da 2,3 a 4,5 miliardi di dollari, con un incremento del 94%. La sua quota sul totale ha toccato il 21,2% nel 2025. Molto più contenuto è invece il ruolo del gas: dopo il massimo di 107,6 milioni di dollari nel 2022 e la contrazione del 2023, le vendite sono tornate a crescere, fermandosi però a 52,3 milioni nel 2025. Si tratta di circa la metà del picco toccato pochi anni prima e appena dello 0,2% delle esportazioni complessive. Questi andamenti commerciali, però, non sono direttamente riconducibili allo sforzo diplomatico russo. Dal primo vertice, Mosca ha ampliato le proprie vendite, soprattutto in alcuni settori strategici; la maggiore concentrazione delle esportazioni indica però che tale crescita non coincide necessariamente con una diversificazione della relazione né l’esistenza di investimenti produttivi per favorire la produzione locale e trasformazione economica. La concentrazione merceologica e lo squilibrio degli scambi mostrano quanto lavoro resti da fare per rispondere alle aspettative africane di una cooperazione più variata e reciprocamente vantaggiosa.
Un altro importante settore dell’export russo verso l’Africa è da lungo tempo quello delle armi, dove però il ruolo russo sta invece subendo trasformazioni e riposizionamenti. Tradizionalmente Mosca ha occupato i primi posti mondiali per le esportazioni di armamenti, con un peso specifico molto alto nel Nordafrica. Secondo il SIPRI, nel 2021-2025 Mosca è rimasta il terzo fornitore mondiale di grandi sistemi d’arma, ma il volume delle sue esportazioni è diminuito del 64% rispetto al 2016-2020, soprattutto per la contrazione delle forniture ad Algeria, Cina ed Egitto. Nel continente africano, dove le importazioni complessive sono scese del 41%, la Russia si è collocata al terzo posto tra i fornitori, con il 15%, dietro Stati Uniti e Cina. Nell’Africa subsahariana, invece, gli acquisti sono aumentati del 13% rispetto al quinquennio precedente e Mosca è rimasta il secondo fornitore, con il 12%, alle spalle di Pechino, al 22%: una posizione rilevante se letta alla luce del forte ridimensionamento delle esportazioni russe su scala mondiale e del fatto che le stime di SIPRI sono probabilmente al ribasso, visto che i dati sulle importazioni di armi in Algeria sono secretati o non considerati attendibili, ma ben diversa rispetto al primato che Mosca aveva sulla Cina nella regione fino a pochi anni fa.
Sicurezza ‘on demand’
Il già citato peso del commercio delle armi si lega al ruolo di primo piano che difesa e sicurezza continuano ad avere nei rapporti tra la Russia e la regione, articolati in un gran numero di intese bilaterali di cooperazione tecnico-militare e di addestramento. Ma capofila e destinatarie della maggiore attenzione sono le attività di sicurezza delle compagnie militari private russe come il gruppo Wagner, presente a vario titolo nel continente dal 2017 offrendo sostegno politico e operativo a governi in contesti instabili, in cambio dell’accesso a risorse naturali o ad altri asset strategici. Negli ultimi tre anni questo ambito è cambiato in modo significativo, con la brusca conclusione dell’esperienza del gruppo Wagner e la sua riconfigurazione in Africa Corps, sotto il controllo del ministero della Difesa russo. Il cambio di etichetta non ha interrotto collaborazioni particolarmente longeve come quella con la Repubblica Centrafricana, né ha impedito di investire di più nella presenza nel Sahel. Qui la Russia è subentrata in modo progressivamente più esplicito, man mano che Mali, Burkina Faso e poi Niger, accomunati dall’appartenenza all’Alleanza degli Stati del Sahel (a cui frequentemente si fa riferimento con l’acronimo francese, AES), hanno compiuto una svolta geostrategica rivolgendosi a Mosca per sostenere il divorzio dai precedenti partner occidentali. La stessa AES è però l’esempio di un impegno a geometria variabile: in Niger con un ruolo più orientato a intelligence, difesa antiaerea e consulenza strategica; in Burkina Faso con una funzione di protezione di regime concentrata nella capitale; in Mali, con un ampio dispiegamento di truppe (le stime arrivano fino a 2.000 operativi), impegnate in combattimento attivo sul territorio. L’attacco coordinato di vari gruppi ribelli in Mali nell’aprile 2026 – che ha sbaragliato in diversi punti le difese delle forze armate maliane e dei contingenti russi – ha mostrato con particolare evidenza i limiti di una strategia che si appoggia sul supporto militare russo come risposta a problemi di sicurezza strutturali nel lungo periodo, generando anche delle tensioni interne.
Africa Corps resta comunque rilevante per la capacità di offrire servizi ‘on demand’ per un ventaglio di situazioni che vanno da minacce securitarie acute, protezione di regime, ma anche la necessità per i governi africani di diversificare i fornitori di sicurezza e le partnership internazionali. Rimane quindi rilevante sia dove la sua presenza è già nota sia in contesti nuovi, come il Madagascar, dove dopo il colpo di stato dell’ottobre 2025, il governo ha fatto importanti aperture a Mosca e già a dicembre dello stesso anno vedeva l’ingresso di Africa Corps in un paese strategicamente importante per la sua collocazione nell’oceano Indiano.
Business as usual?
Il quadro dei rapporti mostra una pervasività sul piano delle collaborazioni in materia di sicurezza e rivela alcuni miglioramenti sul fronte commerciale, ma resta comunque al di sotto delle ambiziose aspettative avanzate a Sochi. Secondo Gustavo de Carvalho[1], coordinatore del programma African Governance and Diplomacy del think tank sudafricano SAIIA, i leader africani si presentano a Mosca con aspettative contenute; ci si aspetta che il dialogo prosegua sulla scia del 2023, con discorsi sull’integrazione bancaria o gli scambi bilaterali, senza però una proposta significativa e strutturata di trasformazione delle relazioni che vada oltre una posizione massimalista sul piano diplomatico. Se per la Russia si tratta di un esercizio diplomatico necessario, la risposta africana – al netto dei dovuti distinguo tra paesi con esigenze e posizionamenti molto diversi tra loro – sarà pragmatica e coerente con la strategia di diversificazione delle relazioni esterne perseguita da molti di essi, nella quale Mosca rappresenta soltanto uno dei possibili interlocutori.
Lucia Ragazzi e Elena Tafuro Ambrosetti
*Istituto Ispi
[1] Conversazione con le autrici

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