
C’è un aspetto della vicenda di via Celentano che, più ancora degli schiamazzi notturni, delle occupazioni dei marciapiedi e delle continue provocazioni, merita una riflessione. È la convinzione, sempre più diffusa tra certi ragazzi, che le regole siano qualcosa che riguarda gli altri. E che, quando qualcuno pretende di farle rispettare, basti evocare un genitore importante per mettere a tacere ogni contestazione.
Mi è capitato nuovamente durante uno dei miei sopralluoghi in via Celentano, nel quartiere NoLo di Milano. Mentre documentavo quello che accade davanti a un bar che da mesi è al centro delle proteste dei residenti, sono stato apostrofato con insulti e minacce di denuncia. A un certo punto è comparso persino un presunto padre magistrato, evocato come se quella parentela, vera o inventata che fosse, potesse rappresentare una sorta di immunità personale.
La scena avrebbe avuto qualcosa di comico, se non fosse stata la rappresentazione di un problema molto più serio.
Perché il punto non è sapere se quel padre sia davvero un magistrato. Il punto è che qualcuno ritenga sufficiente pronunciare quella parola per intimidire un’altra persona.
È un rovesciamento completo del significato delle istituzioni. La magistratura, che dovrebbe rappresentare la garanzia dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, viene evocata come un privilegio familiare, come uno strumento di pressione, come un cognome da esibire quando non si hanno altri argomenti.
Naturalmente non so se quel genitore esista davvero, né ho alcuna ragione per attribuirgli responsabilità per le parole pronunciate dal figlio. Ma trovo significativo che un ragazzo possa pensare di difendere il proprio comportamento appellandosi all’autorità, vera o presunta, del padre.
È anche questo uno dei paradossi della cultura dei maranza. Si ostenta il disprezzo per le regole, si recita la parte dei ribelli, si coltiva un’immagine di sfida permanente all’autorità. Poi, quando qualcuno accende una telecamera e documenta ciò che accade, la ribellione finisce e si corre simbolicamente a cercare protezione sotto l’ombrello di papà.
Altro che antagonismo al sistema. Qui siamo alla sua caricatura.
Da mesi seguo la situazione di via Celentano e della vicina via Madre Picco. Ho ascoltato i residenti, raccolto testimonianze, documentato episodi e presentato personalmente un esposto alla Procura della Repubblica. Non per una crociata contro i giovani o contro la vita notturna, ma perché esiste un limite oltre il quale il divertimento di qualcuno diventa la privazione della libertà di qualcun altro.
La libertà di dormire, di rientrare a casa senza paura, di attraversare un marciapiede senza dover chiedere permesso, di vivere nel proprio quartiere senza sentirsi ospiti indesiderati.
Eppure, in questa vicenda, sembra che a dover continuamente giustificare il proprio comportamento siano proprio coloro che chiedono il rispetto delle regole.
C’è poi una questione culturale che riguarda il rapporto tra genitori e figli. Per troppo tempo abbiamo confuso la protezione con la deresponsabilizzazione. Abbiamo alimentato l’idea che ogni comportamento debba trovare una giustificazione, che ogni richiamo sia un’aggressione, che ogni conseguenza possa essere evitata grazie all’intervento di qualcuno.
Non voglio generalizzare, né attribuire alle famiglie responsabilità che non conosco. Ma una società nella quale un ragazzo pensa di poter mettere a tacere un adulto evocando la professione del padre ha certamente un problema con il concetto di responsabilità individuale.
Un padre dovrebbe essere un riferimento educativo, non un lasciapassare da esibire davanti a una telecamera.
E questo vale indipendentemente dalla professione che esercita. Che sia magistrato, operaio, imprenditore o impiegato, nessun genitore dovrebbe diventare, neppure nell’immaginazione del figlio, il motivo per cui le regole possono essere ignorate.
La vicenda di via Celentano è diventata, nel suo piccolo, un esempio di questa confusione. Per mesi si è discusso di controlli, ordinanze, interventi della Polizia Locale e provvedimenti nei confronti delle attività commerciali. Ma dietro il problema amministrativo esiste anche una questione di convivenza civile.
Il Bar Celentano, a mio giudizio, deve arrivare a una chiusura definitiva attraverso i provvedimenti delle autorità competenti. Non considero sufficienti interventi temporanei che rischiano di riportare tutto alla situazione precedente dopo pochi giorni. I residenti meritano una soluzione stabile.
Ma anche quando questa vicenda sarà conclusa, resterà la domanda più importante: come abbiamo fatto a trasformare il rispetto degli altri in una pretesa negoziabile?
Nel frattempo continuerò a esercitare il mio diritto di cronaca e a svolgere la mia attività di consigliere, documentando ciò che accade e rivolgendomi alle autorità quando lo ritengo necessario. Le intimidazioni non hanno funzionato in passato e non funzioneranno adesso.
A chi mi ha minacciato di rivolgersi al proprio presunto papà magistrato ho risposto di farlo tranquillamente. Anzi, mi auguro che, se davvero esiste, quel padre possa spiegare al figlio che l’autorevolezza delle istituzioni non si eredita e che la legge non è un privilegio di famiglia.
Perché la vera questione non è avere un padre importante. È imparare a comportarsi da adulti senza doverlo chiamare in causa.
E forse, prima ancora di chiedersi come allontanare i maranza da via Celentano, sarebbe utile domandarsi chi abbia insegnato loro che il mondo debba sempre adattarsi ai loro capricci.
Luca Rampazzo

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