
È difficile sopravvalutare l’importanza delle elezioni in corso in queste ore in Israele. Dal loro esito, né più né meno, dipenderà il futuro del Paese e, con essa, buona parte degli equilibri del Medio Oriente. Non a caso gli elettori – chiamati alle urne per la prima volta dal 7 ottobre 2023 – si sono presentati in massa ai seggi determinando un’affluenza record. A contendersi la guida del Paese sono principalmente due blocchi: quello guidato da Benjamin Netanyahu, sostenuto dai partiti sionisti religiosi e ultraortodossi; dall’altra, il fronte che punta a spodestarlo, composto da Yashar! di Gadi Eisenkot, Be’Yachad di Naftali Bennett e Yair Lapid, Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan. L’esito del voto potrebbe non essere chiaro per settimane: i sondaggi suggeriscono che nessuno dei due schieramenti riuscirà a ottenere la maggioranza assoluta (61 seggi su 120), il che significa che il voto rischia di innescare un’ennesima crisi politica in cui i partiti arabi potrebbero rivelarsi il possibile ago della bilancia, benché entrambi i blocchi, tranne il partito dei Democratici, abbiano escluso di governare con loro. Il premier ha presentato il voto come una questione “esistenziale”; i suoi rivali hanno accantonato le divisioni per concentrare la campagna sulle sue responsabilità, prima e dopo il 7 ottobre. Ma dopo più di tre anni di guerra a Gaza, in Libano e con l’Iran, la sicurezza non è l’unico tema a orientare il voto.

Su cosa votano gli israeliani?
Le priorità degli elettori, stando ai sondaggi, cambiano nettamente a seconda dello schieramento politico: se tra i sostenitori della coalizione di Netanyahu la guerra con l’Iran si colloca al primo posto, per quelli dell’opposizione queste elezioni sono soprattutto un’occasione per giudicare la leadership responsabile del peggiore attacco che la storia di Israele ricordi, e per decidere se anche gli ultraortodossi dovrebbero fare il servizio militare e partecipare alla sicurezza del Paese. Anche il costo della vita e i prezzi delle abitazioni rappresentano temi rilevanti, soprattutto tra gli elettori di età compresa tra i 22 e i 34 anni. Sebbene l’inflazione sia stimata per il 2026 al 1,5%, il livello dei prezzi e l’accessibilità economica delle abitazioni continuano a rappresentare importanti preoccupazioni per una parte dell’elettorato. Il tema economico è tornato al centro del dibattito anche negli ultimi giorni della campagna elettorale, quando Netanyahu parlando delle condanne internazionali contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania ha affermato che Israele dovrebbe “prepararsi a possibili sanzioni” valutando anche “l’introduzione di criptovalute e blockchain” per affrontarle. L’intervista ha scatenato dure critiche da parte degli economisti, tra cui una condanna da parte della Banca d’Israele, che ha pubblicamente respinto l’idea, affermando che “le criptovalute non possono essere utilizzate per eludere le sanzioni”. I rivali del premier hanno dipinto la sua proposta come la prova che egli si aspetta un maggiore isolamento di Israele. Gadi Eisenkot ha deriso l’idea parlando di ‘BibiCoin’ e accusando Netanyahu di voler “smantellare l’economia israeliana per le generazioni a venire”.
La guerra influenza il voto?
Netanyahu ha costruito la propria carriera sull’immagine di unico garante della sicurezza di Israele, e su quel terreno ha scelto di chiudere la campagna. Domenica ha rilanciato sui social il post di un commentatore di destra, accompagnato da un’immagine generata con l’intelligenza artificiale di un’esplosione nucleare su Tel Aviv. Israele, vi si legge, rischia “un secondo Olocausto”. Il messaggio sottinteso è chiaro: Netanyahu è il solo capace di difendere il Paese dall’Iran e dai suoi nemici nella regione. Eppure, era primo ministro anche il 7 ottobre, quando Hamas si è infiltrato nel confine israeliano, uccidendo più di 1200 israeliani e portando 251 ostaggi a Gaza. Da allora si è rifiutato di assumersi la responsabilità dell’accaduto e ha respinto le richieste di istituire una commissione d’inchiesta indipendente per accertare le responsabilità del fallimento in materia di sicurezza. L’opposizione ne ha fatto il cuore della campagna. Per Eisenkot la guerra è anche una vicenda personale: il figlio Gal, 25 anni, è caduto combattendo a Gaza nel dicembre 2023. Intanto i conflitti nella Striscia e in Libano, lo scontro con l’Iran e l’escalation della violenza dei coloni in Cisgiordania hanno portato l’immagine internazionale di Israele al punto più basso da decenni. Netanyahu è destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi a Gaza, e nei suoi spostamenti evita gran parte dei Paesi europei. Alla vigilia del voto, la Commissione d’inchiesta indipendente istituita dal Consiglio Onu per i diritti umani ha concluso che Israele “ha continuato a commettere genocidio a Gaza anche dopo il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti nell’ottobre 2025”. La missione israeliana a Ginevra ha bollato il rapporto come parte di una “campagna di disinformazione”.
Cosa cambia per i palestinesi?
Se i palestinesi con cittadinanza israeliana – circa un quinto della popolazione – votano per contare, i palestinesi dalla Cisgiordania a Gaza guardano al voto senza illudersi che cambi molto. La questione palestinese è rimasta del tutto fuori dalla campagna elettorale. Il governo uscente, di cui fanno parte i ministri dell’estrema destra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, si oppone alla soluzione dei due Stati e i due ministri, contrari alla fine della guerra, auspicano la piena annessione della Cisgiordania. Ma un esecutivo guidato da Eisenkot non segnerebbe un capovolgimento. Come Netanyahu, l’ex capo di stato maggiore si oppone a uno Stato palestinese e rivendica il controllo israeliano della sicurezza su tutto il territorio tra il Giordano e il Mediterraneo, tuttavia promette di contrastare la violenza dei coloni e di smantellare gli avamposti illegali, e si oppone al progetto E1, che taglierebbe in due la Cisgiordania separandola da Gerusalemme Est. Più che un voto sul futuro dei palestinesi, quello di oggi è un referendum su Netanyahu, e una competizione che si gioca quasi interamente a destra: tra la destra radicale che oggi governa e una alternativa che ne contesta i metodi più che gli intenti. A Gaza, dove secondo la commissione Onu la ‘linea gialla’ tracciata dal cessate il fuoco si sta trasformando in un confine di fatto, molti sperano nella sconfitta del premier che ritengono il principale responsabile della guerra. Ma in pochi si aspettano che un nuovo governo basti a cambiare rotta.
Il commento
di Valeria Talbot, ISPI Head, MENA Centre
“C’è grande attesa in Israele per il risultato di un voto che ha registrato la più alta affluenza degli ultimi cinquant’anni. L’elevata partecipazione popolare è il segnale più evidente dell’importanza che gli israeliani attribuiscono a queste elezioni, le prime dal 7 ottobre 2023, che potrebbero segnare la fine dell’era Netanyahu. I sondaggi della vigilia tuttavia indicano un testa a testa tra gli schieramenti contrapposti, aprendo scenari di incertezza per la fase post-elettorale. Se Benjamin Netanyahu e i suoi alleati vinceranno e resteranno al governo, è molto probabile che si continuerà sulla linea già tracciata sia all’interno sia sul piano regionale. Se Gadi Eisenkot o un altro leader dell’opposizione riuscirà a formare un esecutivo, sarà l’inizio di un graduale cambio di passo”.
Alessia De Luca

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