
C’è chi presta la propria opera e chi, nella politica italiana, arriva a prestare persino la propria appartenenza parlamentare. È il paradosso che emerge dalla vicenda del senatore Antonio Guidi, eletto con Fratelli d’Italia, e dei colleghi Salvitti e Petrella, ai quali sarebbe stato chiesto di aderire al gruppo di Noi Moderati per consentirgli di raggiungere il numero minimo di componenti necessario alla sua costituzione.
Un sacrificio in nome della coalizione, si potrebbe dire. Tanto, si resta tutti nello stesso schieramento. Ma è proprio questa apparente normalità a sollevare una questione politica tutt’altro che secondaria: fino a che punto le regole parlamentari possono essere piegate alle esigenze dei partiti, senza compromettere la credibilità delle istituzioni?
La legge elettorale e la corsa a trovare un senatore
Il problema nasce dalle nuove disposizioni sulle firme necessarie per presentare liste elettorali. L’innalzamento della soglia da 1.500 a 6.000 firme per circoscrizione, secondo quanto riportato nella vicenda, rende più difficile per le forze politiche non presenti in Parlamento partecipare alle prossime elezioni senza dover affrontare una raccolta firme molto più impegnativa.
Da qui l’importanza di riuscire a costituire, entro i termini previsti, un gruppo parlamentare o una componente politica del gruppo Misto, così da poter beneficiare delle condizioni di esenzione previste dalla normativa.
Il risultato è una situazione che ha poco a che vedere con il confronto sulle idee e molto con la ricerca di una soluzione regolamentare. Non si cercano necessariamente nuovi elettori, nuove proposte o un radicamento maggiore nel Paese: si cerca soprattutto il parlamentare che permetta di raggiungere il requisito necessario.
Il parlamentare in prestito: una pratica che alimenta il discredito
La vicenda di Guidi, così come ricostruita, si inserisce in un quadro più ampio di trasferimenti tra gruppi e componenti parlamentari. Il senatore sarebbe passato attraverso diverse appartenenze, arrivando persino a contribuire alla costituzione di una componente riconducibile a Marco Rizzo, pur essendo stato eletto nelle liste di Fratelli d’Italia.
Anche altri parlamentari sarebbero stati coinvolti in operazioni analoghe, con passaggi necessari a consentire la nascita di nuove componenti politiche.
Tutto questo può essere formalmente consentito dai regolamenti, ma la legittimità procedurale non esaurisce la questione. La politica non è soltanto un insieme di norme da rispettare: è anche un rapporto di fiducia tra chi viene eletto e chi gli affida il proprio voto.
Quando un parlamentare cambia collocazione per soddisfare un’esigenza organizzativa, il cittadino ha tutto il diritto di chiedersi quale sia il confine tra disciplina di partito, strategia politica e semplice convenienza.
Regole costruite sulle emergenze, non sulla stabilità
Il punto centrale è proprio questo: una legge elettorale dovrebbe garantire regole chiare, stabili e uguali per tutti. Se invece le disposizioni vengono modificate in base alle necessità del momento, il rischio è quello di creare un sistema nel quale ogni partito cerca la propria scorciatoia e ogni eccezione genera una nuova corsa ad aggirare gli ostacoli.
L’innalzamento delle firme, le condizioni per ottenere le esenzioni e i requisiti per costituire gruppi o componenti parlamentari diventano così tasselli di una partita tutta interna ai palazzi del potere.
Il risultato è una politica che appare sempre più concentrata sulla propria sopravvivenza organizzativa e sempre meno capace di spiegare ai cittadini perché le sue regole dovrebbero essere considerate credibili.
E quando il sistema premia chi riesce a trovare il cavillo giusto, anziché chi riesce a convincere più elettori, la fiducia nelle istituzioni finisce inevitabilmente per indebolirsi.
Perché poi i cittadini non vanno più a votare?
È questa la domanda che dovrebbe preoccupare maggiormente i partiti. Perché stupirsi dell’astensionismo se agli occhi di tanti cittadini la politica sembra ridotta a un gioco di appartenenze, trasferimenti e accordi che si consumano lontano dal confronto pubblico?
Il rischio è che a votare restino soprattutto gli elettori più fedeli, quelli che sostengono il proprio schieramento a prescindere da ciò che accade. I cosiddetti tifosi, insomma. Una base sufficiente a mantenere gli equilibri esistenti, mentre una parte crescente del Paese rinuncia a partecipare perché non si sente più rappresentata.
Non è necessario immaginare un complotto per riconoscere il problema. Basta osservare gli effetti di un sistema che, invece di recuperare la fiducia di chi si è allontanato dalle urne, sembra spesso impegnato a garantire la continuità degli assetti politici esistenti.
La politica deve rappresentare gli elettori, non soltanto se stessa
Il caso dei parlamentari in prestito è emblematico perché mette in luce una contraddizione: da una parte si invoca la volontà popolare, dall’altra si ricorre a meccanismi che rischiano di trasformare l’appartenenza parlamentare in uno strumento da spostare secondo necessità.
Non è una questione personale contro Guidi, Salvitti, Petrella o gli altri senatori coinvolti. È una questione di sistema, di trasparenza e di rispetto verso chi vota.
Le regole elettorali non dovrebbero essere riscritte per favorire, di volta in volta, chi si trova in difficoltà. Dovrebbero essere pensate per garantire competizione, rappresentanza e parità di condizioni, senza lasciare spazio a continui espedienti.
Perché il problema non è soltanto il senatore che cambia gruppo o presta la propria presenza per consentire la nascita di una componente. Il problema è un sistema che rischia di far apparire tutto questo come una normale pratica politica.
E poi ci si domanda perché tanti italiani non vadano più a votare.
La democrazia non si svuota soltanto quando si impedisce ai cittadini di scegliere. Si indebolisce anche quando i cittadini arrivano a convincersi che, qualunque cosa scelgano, nei palazzi della politica le partite decisive si giochino comunque altrove.
Francesco Carbini

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