
Dopo anni di guerra e di fronte agli sconvolgimenti politici, economici e militari che la cronaca ci propugna quotidianamente alcune domande si impongono: possibile che tutti i maggiori leader mondiali siano diventati improvvisamente pazzi da avventurarsi in conflitti senza strategia né prospettiva? Possibile -come vorrebbero farci credere alcune menti illuminate (ma alquanto pigre)- che siano stati fatti calcoli tanto sballati, superficiali e spregiudicati al Cremlino come alla Casa Bianca da far rimanere (in Ucraina come in Iran) con il cerino in mano i rispettivi capi? E tutto per semplice sfizio espansionistico o per una personale ambizione imperialistica?
La storia sembra narrare tutt’altro.
Le guerre guerreggiate attualmente in corso: dall’Ucraina, all’Iran, al Medio Oriente, alle lotte fratricide tra arabi: Houthi contri i Paesi del golfo a partire dall’Arabia Saudita, rappresentano -per chi tenta di ragionare con qualche distacco ideologico- solo la punta dell’iceberg di un conflitto più ampio e prima di tutto economico innescato, ormai una decina di anni fa, dalla Cina, con la cosiddetta “via della seta”. Il progetto di “partenariato” lanciato da Xi Jinping, il leader cinese, per “comprare” il mondo a partire dall’Africa e dall’Europa.
Non a caso l’eclettico presidente Donald Trump prima di intervenire militarmente in Venezuela e, successivamente, in Iran ha posto in essere la “guerra dei dazi” con mezzo mondo e soprattutto contro la Cina.
Ricomposto sommariamente il quadro, al quale devono essere iscritte necessariamente le mire cinesi su Taiwan e quelle USA su Cuba, l’attuale scenario militare di guerra guerreggiata sembra rappresentare l’ultimo atto funzionale (se non addirittura, necessario) alla ricerca di un accordo globale tra le superpotenze militari ed economiche del pianeta in vista della ridefinizione di un nuovo assetto geopolitico planetario.
Ecco perché solo adesso il Presidente russo parla apertamente di una “nuova Yalta”. Della necessità, cioè, di aprire un confronto serrato e concreto tra i due nuovi blocchi che si stanno fronteggiando quali potenze demografiche, economiche e necessariamente militari: i BRICS (eredi di gran parte del “Patto di Varsavia”) capeggiati da Cina e Russia e la NATO guidata dagli USA, per recuperare e ridefinire un sistema di governo globale fondato sulle cosiddette aree di influenza ovvero sulle “aree di non belligeranza” che hanno garantito all’Europa 70 anni di pace e al mondo una profonda prosperità.
Un percorso che si annuncia segnato dall’assenza -anche fisica- dell’Europa. Se, infatti, a Yalta il vecchio continente era rappresentato dal primo ministro britannico Winston Churchill, al nuovo “tavolo della pace” (come lo ha definito il Presidente americano) che potrebbe tenersi il 18 e 19 novembre prossimi a Shenzhen in Cina o, più verosimilmente, a fine anno a Miami in America, sembra esserci posto solo per USA, Cina e Russia come “anatra zoppa”.
C’è di più. Nella prospettiva di una “pace a due” e di un “nuovo mondo a blocchi”, l’Europa rischia nuovamente di frammentarsi nella scelta (che spetterà per statuto ai singoli stati membri) della sfera d’influenza: quella sud-orientale dominata dalla Cina (alla Russia toccherà il ruolo di comparsa come accadde al Regno Unito durante la guerra fredda) o quella nord-occidentale controllata dalla Casa Bianca.
Stessa sorte per il martoriato Medio Oriente che come l’Unione Europea costituisce un “non soggetto politico” e che, al pari del vecchio continente, rappresenta un fertilissimo terreno di conquista per le immense risorse naturali, economiche e culturali.
La “guerra mondiale a pezzi”, tanto stigmatizzata dal Santo Padre Francesco, reclama ed esige una “soluzione unica”. La “guerra unica” come titola magistralmente l’ultimo numero di Limes, non contempla alcuna “pace a pezzi”.
Daniele Marchetti
(Epistemologo e giornalista)

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