
di Giorgio Fruscione*
Caroselli, bandiere, pianti di gioia. La Serbia ha fatto festa tutta la notte. Una festa iniziata poco dopo la chiusura dei seggi, quando l’ex presidente Aleksandar Vucic ha riconosciuto la sconfitta della coalizione “Serbia unita”, guidata dal suo Partito progressista serbo, che governava ininterrottamente il paese dal 2012. La Lista studentesca ha incassato una vittoria da record, ottenendo oltre il 52% dei voti e 140 seggi parlamentari su 250, mentre Serbia unita si è fermata al 38% e 103 deputati. Negli ultimi 30 anni, nessun partito aveva mai ottenuto un simile consenso, a fronte di un’affluenza, quasi del 70%, anch’essa inedita.
La lista emersa vincitrice è composta da 250 nomi, con un equilibrio di genere quasi perfetto, il risultato di un processo dal basso nella cornice dei plenum, cioè le assemblee delle facoltà universitarie di tutto il Paese che hanno organizzato e guidato le proteste di questi due anni. Non nomine politiche, bensì civiche, come il carattere delle prime rivendicazioni studentesche: medici, professori, artisti e imprenditori estranei alla politica e scelti affinché ne siano responsabili interpreti.
Per la Serbia è una giornata storica, in cui molti cittadini avevano smesso di sperare ma che gli studenti hanno saputo preparare con due anni di mobilitazioni di massa. È il successo di un movimento che non ha mai poggiato su alcuna struttura di partito né leadership politica e che ha saputo trasformare l’indignazione per un sistema accusato di essere corrotto e criminale in alternativa politica. Le elezioni parlamentari di domenica 25 ottobre hanno quindi avuto i connotati di un referendum. Lo dicono i risultati stessi: oltre alla Lista studentesca e alla coalizione di Vucic (e ai partiti delle minoranze, che hanno dei seggi riservati), nessun’altra forza politica ha superato la soglia di sbarramento del 3%. È la prima volta che il Partito socialista che fu di Slobodan Milosevic, oggi guidato da Ivica Dacic, a lungo alleato di Vucic, non entra nel Parlamento serbo. Una vittoria assoluta, contro un regime assolutista.
La genesi di un trionfo
Quando l’1 novembre 2024 la pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad crollò, uccidendo 16 persone, molti cittadini avevano già individuato le responsabilità politiche di quella tragedia. La stazione della seconda città della Serbia era stata recentemente oggetto di lavori di rinnovo e fu inaugurata alla presenza delle autorità che celebravano l’ennesimo progetto infrastrutturale. Realizzati da un consorzio di aziende della Cina, che finanzia l’alta velocità sulla linea Belgrado-Budapest, i lavori alla stazione erano stati fatti senza rendere pubblica la relativa documentazione. La prima accusa è stata quindi quella di corruzione e di assenza di trasparenza, ed è per questo che la primissima richiesta della protesta è stata tanto semplice quanto dirompente: pubblicare la documentazione dei lavori di rinnovo. Una richiesta che voleva mettere nero su bianco il modus operandi di autorità che per anni hanno realizzato lavori pubblici in modo opaco e servendosi delle risorse finanziarie a discapito dell’interesse collettivo. Una richiesta rimasta disattesa per mesi, durante i quali il governo ha provato a compensare con le dimissioni del premier Milos Vucevic a gennaio 2025 e con procedimenti penali di facciata, che però non hanno mai portato a verità e giustizia.
La protesta si era strutturata tra novembre e dicembre 2024, quando le facoltà del Paese si organizzarono nei plenum che votarono per le “blokade”, cioè lo stop alle lezioni e l’inizio delle manifestazioni in piazza. Rispetto alle tantissime proteste che negli anni precedenti prendevano di mira il regime, queste hanno presentato almeno tre, fondamentali novità. In primis, l’estraneità alla politica tradizionale: nessun leader di partito si è impossessato dalla piazza e di fatto gli studenti non hanno avuto gerarchie verticali. Poi, la capacità di parlare a tutto il Paese: per anni, uno dei principali limiti del dissenso di piazza sono stati i confini di Belgrado; gli studenti hanno invece realizzato decine di iniziative su tutto il territorio, trasmettendo il proprio messaggio in modo geograficamente trasversale, e non Belgrado-centrico. Infine, la perseveranza: quello degli studenti serbi è uno dei movimenti di piazza più longevi della storia del Paese. In questi due anni, la protesta ha preso forme diverse, tra cui blocchi stradali, biciclettate e maratone verso le istituzioni europee, ma soprattutto marce che dalla provincia hanno raggiunto il centro del potere, raccogliendo la solidarietà organizzata della popolazione rurale, oltre che nelle città.
Una perseveranza che ha saputo reggere alla repressione del regime, che alla manifestazione oceanica del 15 marzo 2025 rispose con un cannone sonico; che ad agosto dello stesso anno schierò le unità speciali; e che da un anno e mezzo aveva assoldato dei criminali a “ćacilend”, l’accampamento informale davanti al Parlamento che da stamattina gli studenti stanno ripulendo.
Da maggio 2025, gli studenti hanno trasformato le richieste da civiche a politiche: andare a elezioni anticipate, cosa a cui Vucic era ricorso diverse volte in passato. Quando a settembre Vucic ha annunciato le dimissioni e che si sarebbe andato al voto, ha compiuto un errore fondamentale, cioè trascurare l’affluenza. Il suo successo politico, infatti, è sempre poggiato su una bassa partecipazione.
Cosa succede ora
La vittoria degli studenti è solo l’inizio della fine di un regime cominciato 14 anni fa. In questo tempo, la Serbia è regredita fino a ricordare l’epoca di Milosevic. Oltre a essere penalizzato nei vari indici internazionali, che hanno definito il Paese come una democrazia imperfetta, o meglio autocrazia elettorale, la Serbia ha visto l’erosione dello stato di diritto, del pluralismo mediatico e del confronto politico. Soprattutto, il regime è stato accusato di essere in combutta con diverse strutture criminali, che attraverso il Partito progressista hanno penetrato le istituzioni e le aziende pubbliche. Ecco perché gli studenti hanno spesso impiegato i concetti di “rivoluzione” e “liberazione”: l’obiettivo non è solo il cambio politico, bensì ripristinare le funzioni statali, ovvero servire la cittadinanza, e non gli interessi di partito. In questi 14 anni, Vucic si è servito delle aziende statali per ricattarne i dipendenti in ottica elettorale. L’accusa diffusa è quella di aver utilizzato fondi pubblici per sostenere una radicata struttura di partito – che conta su un iscritto ogni nove elettori – che in modo opaco e a tratti violento ha strenuamente difeso il leader, come nel caso del suddetto ćacilend.
La vittoria degli studenti ha quindi come obiettivo quello di restituire lo spazio pubblico ai cittadini. Uno spazio anche mediatico, dal momento che il regime è arrivato a controllare la quasi totalità delle televisioni a frequenza nazionale e dei giornali, trasformati in tabloid che per anni hanno diffuso notizie false, nonché annunci di guerre e minacce contro lo Stato a cui solo Vucic, nella loro narrazione, avrebbe potuto far fronte.
Le sfide per questo nuovo capitolo si concentrano quindi sulla politica interna, mentre la politica estera resterà sullo sfondo. E se da Bruxelles sono arrivati omaggi per l’impresa degli studenti, questi hanno spesso contestato la complicità dell’Unione europea con il regime. Il futuro del processo di adesione all’Ue, di fatto congelato da anni, dipenderà dalla capacità del costituendo governo di rispondere a due sfide interne: da un lato rilanciare le riforme e ripristinare il ruolo delle istituzioni, dall’altro saper mediare con quelle componenti interne ancora legate a principi cari al nazionalismo serbo.
Per il futuro della politica serba, il prossimo appuntamento è imminente: le elezioni presidenziali da tenersi entro due mesi. Vucic non si può ricandidare e in virtù della sua scalata al potere, che negli anni ha oscurato qualsiasi contendente anche all’interno del suo partito, è difficile immaginare che qualcuno possa emulare i consensi che ha ricevuto alle elezioni del 2017 e 2022. Al momento non ci sono ancora candidati ufficiali, ma si presuppone che la Lista studentesca proporrà il nome di un rappresentante civico e non partitico, anche con l’obiettivo di ripristinare il carattere cerimoniale del presidente della Repubblica, che Vucic invece ha svolto dando alla carica una natura governativa.
Quella degli studenti è un’impresa storica. La parte più giovane di una nazione la cui nomea è stata per anni legata alla violenza e all’instabilità è riuscita a liberarsi di un regime autocratico, assolutista e repressivo senza poggiare su alcuna leadership né struttura di partito, e senza mai rompere una vetrina. In un momento storico in cui le piazze europee sono animate da giovani che vogliono riprendersi la speranza per il futuro, gli studenti serbi offrono un modello e lanciano un messaggio duplice. In primis, quello di una democrazia che torna a offrire prospettive a una categoria di persone, i giovani, che nei Balcani è altrimenti costretta a immaginarsi altrove. E, infine, che nessun autoritarismo, per forte che possa essere, dura per sempre.
Giorgio Fruscione
*Istituto Ispi

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