
Il pubblico del Teatro del Maggio ha tributato prolungati e calorosi applausi (ben otto minuti di durata) alla prima rappresentazione assoluta di Romanzo criminale, realizzazione in forma operistica del celebre romanzo del 2002 di Giancarlo De Cataldo, cui è seguita la versione cinematografica con la regia di Michele Placido tre anni più tardi e infine la serie televisiva diretta da Stefano Sollima.
La ‘scommessa’ non certo facile del Teatro del Maggio può dunque dirsi ben riuscita, grazie all’intelligenza narrativa dello scrittore pugliese, che ha dato vita a un libretto snello e capace di cogliere i nuclei essenziali della complicata vicenda, alle musiche coinvolgenti ed efficaci di Nicola Piovani – impegnato anche a dirigere orchestra e coro – e alla regia di Massimo Popolizio, che ha volutamente, in sintonia con De Cataldo, decontestualizzato in parte le vicissitudini della famigerata Banda della Magliana, offrendo soltanto qualche spunto visivo della città di Roma (le tribune, che ricordano quelle di Tor di Valle, con il Coro che osserva e commenta) e alcuni segni riconoscibili degli anni ’70 e ’80 attraverso i bei costumi di Silvia Aymonino, le scene di Margherita Palli e le suggestive immagini di Jacopo Stoppa; così, Popolizio si è concentrato su una recitazione accurata dei personaggi, i quattro amici criminali (di tanto in tanto evocati anche nella loro infanzia, mentre compiono giochi di guerra) e soprattutto su colei che diventa l’autentica protagonista della storia, vale a dire Patrizia, la ex-prostituta donna di Dandi, che si pone come se fosse una sopravvissuta all’orgia di sangue e violenza scatenata dai suoi ‘amici’ e racconta con profonda amarezza le vicende passate, in una sorta di lungo flashback. Nel rendere questo personaggio di un’assoluta centralità nell’opera, la soprano Vanessa Goikoetxea ha offerto una prova magistrale, grazie a una voce particolarmente espressiva nel registro più acuto e a una presenza scenica di forte impatto, peraltro arricchita da una gestualità da attrice consumata. Nel complesso buone anche le interpretazioni dei principali ruoli maschili, il Libanese (Carlo Raffaelli), Dandi (Antohny Ciaramitaro), Freddo (Alberto Petricca) e Bufalo (William Hernandez), mentre sono apparse vocalmente un po’ più sottotono, anche se efficaci nella recitazione, quelle di Scialoja (Matteo Desole) e del Terribile (Toni Nežić); molto brava Valentina Pernazzoli nei panni della madre del Libanese, ben centrati nei personaggi Ilaria Monteverdi (la giovane prostituta) e Davide Zaccherini (Gemito).
Fondamentali nell’ottima riuscita dello spettacolo le musiche di Nicola Piovani, del tutto estranee a pretese intellettualistiche e all’idea di opporsi all’importanza di comunicare con il pubblico; il compositore si muove con disinvoltura attraverso un linguaggio musicale che si collega senz’altro alla tradizione del melodramma italiano, con arie e duetti di stampo pucciniano (citiamo in particolare la melodica “Canzone della luna” di Patrizia e il duetto del Libanese con la madre) e anche a elementi stilistici evocanti Nino Rota e il jazz, ma alla fine a venir fuori è quella cifra tipica del compositore romano, fatta di intensi squarci melodici e di grande ricchezza espressiva.
Prossime rappresentazioni al Teatro del Maggio mercoledì 28 (ore 20) e sabato 31 (ore 17).
Luca Summer

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