
A Milano una manifestazione contro il carovita si è trasformata, a un certo punto, in qualcosa di diverso. Gruppi di giovani hanno preso di mira negozi e vetrine, arrivando a saccheggiare un punto vendita di scarpe sportive. Una manifestazione nella manifestazione. Alla protesta sociale si è sovrapposta la razzia, con motivazioni e responsabilità che non vanno confuse. Il giorno dopo, nuove devastazioni hanno colpito il centro cittadino. Ma proprio questa sovrapposizione suggerisce una domanda: che cosa racconta di una società il fatto che, accanto alla protesta contro il costo della vita, compaia anche il desiderio di impossessarsi di scarpe e abiti di marca? La domanda riporta alla memoria un’altra rivolta milanese, quella del pane raccontata da Manzoni nei Promessi Sposi. Sono passati quasi quattro secoli. Il paragone è volutamente provocatorio. Allora era in gioco la fame. Oggi, semmai, il bisogno di riconoscersi e di essere riconosciuti. Il pane non era soltanto farina e acqua. Era il confine tra chi poteva mangiare e chi non poteva. Per questo il suo prezzo diventava una questione politica. Una sneaker è un’altra cosa. Nessuno muore di fame perché non possiede un paio di scarpe alla moda. Eppure anche una scarpa può diventare un confine. Tra chi appartiene a una comunità e chi ne resta fuori. Tra chi può permettersi un certo stile e chi lo guarda da lontano. È la società dei consumi, si dirà. Ed è vero. Abbiamo trasformato molti simboli di appartenenza in oggetti acquistabili. Sempre più spesso, oltre che attraverso il quartiere, le idee o la storia condivisa, si cerca di appartenere anche attraverso quello che si indossa e si mostra. Una scarpa può essere una scarpa. Oppure può diventare una tessera d’ingresso. E forse è proprio qui che il gesto di rubarla assume un significato che va oltre il valore dell’oggetto. Non perché quel gesto sia giustificabile, ma perché rivela una frattura. Chi guarda una vetrina non vede soltanto una merce: vede anche un mondo al quale può sentirsi vicino o dal quale può sentirsi escluso. Il logo, il modello, il marchio diventano allora piccoli segnali sociali, quasi una lingua che bisogna conoscere per essere riconosciuti dagli altri. Il suo valore, allora, non si misura soltanto nel prezzo, ma nella distanza tra chi può averla e chi ne resta escluso. Il mercato vende oggetti, ma anche identità. Promette appartenenza e, nello stesso tempo, traccia nuovi confini. Naturalmente sarebbe sbagliato equiparare la fame di ieri al desiderio di oggi. Ma le rivolte, e persino le loro contraddizioni, raccontano ciò che una società considera intollerabile che manchi. Quattro secoli fa era il pane. Oggi, in una società ricca di merci ma attraversata dall’incertezza del futuro, può essere anche una sneaker. Il paradosso è tutto qui. Abbiamo trasformato quasi tutto in merce e finiamo per cercare nelle merci risposte a domande che gli oggetti non possono risolvere. Chi siamo? A quale gruppo apparteniamo? Quanto valiamo agli occhi degli altri? Il pane era necessario per vivere. La sneaker non lo è. Ma entrambe, in epoche profondamente diverse, possono diventare il simbolo di una cosa che una società fatica a garantire: la sensazione di appartenere.
Angelo Santoro

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