
di Ennio Ricanelo, politologo e giornalista, nostro corrispondente dal Brasile e inviato speciale per l’America Latina
SAN PAOLO – “O la patria resta libera o si muore per il Brasile”: così ha recitato Lula dopo la vittoria, facendo riferimento all’inno dell’indipendenza. Questa svolta, mai vista prima nella storia della Repubblica, ci racconta ciò che sta a cuore al popolo brasiliano: la democrazia e la sovranità. Le minacce contro le istituzioni, che garantiscono la piena vitalità della nostra democrazia, non saranno tollerate. Il quarto governo Lula ci garantisce ciò che ci sostiene: la guida di questo Paese sarà mantenuta salda.
Il popolo ha fatto la storia. Lula partiva da un margine dell’1,68% e al ballottaggio ha vinto con uno scarto di 4 milioni di voti (ottenendo il 51,79% contro il 48,21%, un distacco maggiore rispetto a quello registrato contro il padre, Jair). Una sconfitta schiacciante. Che Flavio non ha accettato, dimostrando che non gli basta essere un pessimo politico, ma è anche un pessimo perdente. La figura di un uomo privo di media training è il vero volto del golpismo.
Durante il giorno delle elezioni, come accade ormai da molti anni, i mezzi di trasporto pubblico (autobus, metropolitana e pullman) sono gratuiti. Questo per garantire il diritto di voto a chiunque, indipendentemente dal reddito, dal colore della pelle o dal sesso. Tutti hanno il diritto costituzionale al voto.
Tuttavia, alcuni sindaci alleati del bolsonarismo hanno lavorato per ridurre il numero di autobus nelle città, soprattutto nei quartieri periferici e nelle favelas. Così è accaduto a Salvador, capoluogo di Bahia ed epicentro lulista nel Nord-est. La Giustizia Elettorale ha persino condannato il segretario ai trasporti per aver operato contro la democrazia.
Alla luce di ciò, il comitato elettorale di Lula ha chiesto alla Giustizia Elettorale il prolungamento dell’orario di voto, richiedendo 2 ore in più. Anche Flavio, tuttavia, ha chiesto una proroga, poiché il Sud del Brasile ha incontrato difficoltà nelle operazioni di voto a causa delle forti piogge che hanno colpito la regione. La Giustizia ha accolto entrambe le richieste.
Qui, al culmine della sua sfrontatezza, Flavio ha affermato che questo cambiamento ha creato una sorta di illegittimità, omettendo di dire alla sua base e ai suoi elettori che anch’egli aveva richiesto il prolungamento dell’orario. Una mossa già vista fare anche dal suo grande protettore statunitense, Donald Trump.
Non accettare il risultato delle urne non è certo una novità, ma il suo rifiuto è un gesto meschino, utile solo a infangare una biografia già ampiamente macchiata da una storia in cui c’è poco o nulla di cui vantarsi. La democrazia brasiliana non ha bisogno della firma o dell’approvazione di una famiglia mafiosa, che non comprende il processo democratico.
Il mancato ritorno al potere del bolsonarismo rappresenta una frenata alla smania trumpista in Sud America. Ma il presidente degli Stati Uniti ha scelto di non parlare durante la campagna elettorale, e c’è un motivo: nessuno vuole Trump, neanche gli americani, come dimostreranno le elezioni di metà mandato (midterms).
Essere vicini a questo personaggio significa affiancare una persona ignobile e inaffidabile e, nel caso di un Paese sudamericano, rappresenta un vero pericolo per la sovranità e per la capacità di difendere gli interessi nazionali.
La risposta alla paura di diventare una repubblica delle banane ha provocato un terremoto nella società brasiliana, come confermano i dati sull’astensione, crollata drasticamente al ballottaggio: dal 21,08% del primo turno al 19,21% del secondo.
Lula, dopo aver vinto in uno scenario così frammentato, dovrà adottare un tono più conciliante; il Paese si è spaccato a metà, e solo un politico maturo ed esperto potrebbe ricucirlo. Al contrario di quanto dimostrato da Flavio nell’ultimo dibattito televisivo, quando ha preso in giro la menomazione fisica di Lula, che ha perso un dito lavorando nel cuore della notte a 17 anni in una fabbrica brasiliana.
L’unico presidente brasiliano ad aver conquistato il suo quarto mandato attraverso il voto rappresenta un Brasile che il Brasile stesso ha tenuto nascosto o di cui non vuole accettare l’esistenza: il Paese della disuguaglianza. Un uomo che non ha avuto il diritto di studiare, perché lavorare era necessario per non morire di fame. Lavoratore fin da piccolo, profondo conoscitore come pochi della realtà dei più bisognosi, con una storia unica nella storia di questa carica: un politico giunto dalla povertà fino alla presidenza.
Questo mi riporta alla mente la telefonata che ho ricevuto da mia madre ieri (25) dopo i risultati, mentre mi preparavo per andare in onda qui in Brasile: “Ha vinto la nostra democrazia, figliolo”. Mia madre, nata nel ’71, è cresciuta in un Paese sotto il segno dell’arbitrio e non ha avuto l’opportunità di votare per il presidente prima del 1989. La dittatura, che la famiglia di Flavio idolatra, ha allargato l’abisso sociale e la mancanza di investimenti nell’istruzione.
Questi diritti fondamentali per qualsiasi Paese che voglia essere grande, in linea con le dimensioni continentali del Brasile, sono stati ridotti a un privilegio per pochissimi. Lula, pur non essendo laureato, è il presidente che ha creato il maggior numero di università pubbliche in Brasile, 18 in totale. Un fatto sintomatico per una persona che desiderava studiare, ma a cui il sistema non lo ha permesso. Questa storia è la stessa di mia madre, e di tanti altri in Brasile.
Il professor Paulo Freire una volta ha formulato una frase che, per me, esprime pienamente lo spirito che si cela dietro la parola “democrazia”: la democrazia non pretende di creare dei santi, ma di fare giustizia. E giustizia è stata fatta.
Ennio Ricanelo

Ottimo articolo, grazie.