
Ancora poche ore e il Brasile avrà il suo nuovo Presidente. Una notizia rassicurante se non fosse che arrivati al ballottaggio nessuno sembra sapere con certezza chi sarà. Lula o Bolsonaro: il Paese sceglierà tra due visioni del Brasile, due storie politiche e soprattutto due modi diversi di raccontare agli elettori che l’avversario è il problema e che loro naturalmente sono la soluzione. I sondaggi prudentemente parlano di “pareggio tecnico”. È un’espressione elegante per dire che non ci hanno capito un tubo ma che almeno possono sbagliare con sicurezza. Dopo il primo turno del 4 ottobre le rilevazioni hanno dato perlopiù in vantaggio lo sfidante ma sempre dentro il margine d’errore. Oggi, alla vigilia del voto, sono entrambi al 50%. La partita si gioca soprattutto nel Sud-Est negli Stati più popolosi. San Paolo, Rio de Janeiro e Minas Gerais valgono insieme oltre il 40% dell’elettorato brasiliano. Sono loro dunque a poter decidere la partita. La democrazia resta una cosa meravigliosa: tutti hanno un voto ma alcuni voti per pura casualità demografica valgono più degli altri. Fin qui la politica. Poi arriva il dibattito. E qui il Brasile ci ricorda che la campagna elettorale quando si avvicina al traguardo non necessariamente diventa più seria. Bolsonaro ha attaccato Lula anche per la mancanza di un dito ridicolizzando una menomazione subita dal presidente mentre lavorava in fabbrica. Lula ha replicato facendo la vittima. È difficile stabilire chi abbia vinto lo scambio. Certamente ha vinto la retorica da cortile. D’altra parte perché discutere di economia, disuguaglianze, sicurezza, sanità, sviluppo, ambiente e futuro del Paese quando è molto più semplice contare le dita dell’avversario? La politica contemporanea sembra avere scoperto una regola formidabile: più è complesso il problema più conviene semplificare l’avversario. E così il dibattito è scivolato verso il consueto repertorio di accuse sulla corruzione. “Sei disonesto tu”. “No sei più disonesto tu”. Mancava soltanto il “lo dico a mamma”. Il problema è che stavolta non si tratta di una lite fra due candidati qualsiasi. Si tratta del Brasile. Una delle più grandi democrazie del mondo. Un Paese attraversato da disuguaglianze enormi, da profonde fratture sociali e da una polarizzazione politica che da anni impedisce di guardare oltre il proprio campo. E qui la faccenda diventa meno divertente. Perché Lula con la sua lunga storia politica rappresenta per milioni di brasiliani la possibilità di tornare a una politica sociale e progressista considerata dall’avversario miseramente fallita. Bolsonaro allo stesso modo per i suoi sostenitori è l’uomo che può impedire alla sinistra di riprendersi il Paese. Per i suoi avversari è precisamente il pericolo che il Brasile dovrebbe evitare. Due verità assolute. Come spesso accade quando la politica smette di essere confronto e diventa fede. E quando la politica diventa fede l’avversario non è più qualcuno con cui competere. È qualcuno da eliminare politicamente, delegittimare, demonizzare. Il risultato è una nazione spaccata in due nella quale ogni elezione sembra assumere le proporzioni dell’ultima battaglia prima dell’Apocalisse. La cosa curiosa è che mentre Lula e Bolsonaro si contendono il diritto di rappresentare il popolo il popolo continua ad avere problemi molto più concreti. Il lavoro, il costo della vita, la povertà, la sicurezza, la qualità dei servizi pubblici. Questioni che non si risolvono con un insulto televisivo e nemmeno con un sondaggio al 50%. Eppure eccoci qui ancora una volta a discutere non tanto di come cambiare il Paese quanto di chi sia il cattivo. È un meccanismo che conosciamo bene anche dalle nostre parti. Cambiano le lingue, i partiti e le bandiere ma il copione resta identico: fascisti contro comunisti, buoni contro cattivi, noi contro loro. Montecchi contro Capuleti. E in mezzo naturalmente il popolo. Che vota, applaude, si divide, litiga e paga il conto. Perché questa è forse la vera costante della politica: le élite si contendono il potere con parole altisonanti mentre la gente comune si contende il prezzo della spesa. Domani il Brasile sceglierà il suo Presidente. Qualunque sia il risultato metà del Paese festeggerà e l’altra metà si sentirà sconfitta. E questo in democrazia è normale. Quello che non dovrebbe essere normale è che entrambe le metà finiscano per dimenticare il Paese. Perché alla fine della partita mentre i vincitori saliranno sul palco e gli sconfitti cercheranno spiegazioni il Brasile resterà lì. Con i suoi poveri e le sue mostruose disuguaglianze. E allora forse la domanda non è chi abbia perso un dito, chi abbia perso la testa, chi un dibattito o chi abbia perso un’elezione per poi finire ritualmente in carcere. La domanda è: chi continuerà a perdere quando i riflettori si spegneranno? I disperati. Gli altri al più perderanno la faccia o alla peggio un dito.
Angelo Santoro

Una sfida fra l’amore, la giustizia e la sovranità (Lula) e l’odio, la violenza, la corruzione e il servilismo (ad USA and Co.).
Il Brasile sceglierà in sostanza, fra il bene e il male. Fra l’intelligenza e la stupidità.