
Sapete qual è il problema più grande di certa politica? Non è soltanto sbagliare. È convincersi di poter continuare a sbagliare senza doverne mai rispondere. È guardare la realtà attraverso le finestre dei palazzi, mentre fuori c’è un Paese che fatica, si arrabbia e, soprattutto, comincia a non credere più a chi lo governa.
Io credo che siamo arrivati proprio a questo punto.
Sono stanca di una politica che pretende fiducia ma sembra incapace di ascoltare, che invoca responsabilità quando si tratta degli altri e trova mille giustificazioni quando dovrebbe assumersene una in prima persona. Stanca di vedere cittadini trattati come numeri, lavoratori costretti a fare sacrifici sempre maggiori e famiglie che devono calcolare perfino le spese più elementari.
Perché la vita reale non è quella raccontata nei discorsi ufficiali. La vita reale è arrivare al supermercato e accorgersi che con gli stessi soldi si compra sempre meno. È fare il pieno e pensarci due volte prima di usare la macchina. È lavorare una vita intera e avere comunque paura del futuro.
E allora mi chiedo: chi governa si rende davvero conto di quello che sta vivendo la gente comune?
Oppure pensa che basti alzare la voce, mostrare sicurezza e andare avanti come se nulla fosse?
La cosa che mi indigna maggiormente è la contraddizione di una politica che, quando era all’opposizione, pretendeva dagli altri dimissioni, assunzione di responsabilità e rispetto del mandato popolare, mentre oggi sembra fare fatica ad applicare a sé stessa gli stessi principi. La coerenza non può essere un lusso da concedere soltanto agli avversari. Se si pretende rigore dagli altri, bisogna essere pronti a rispondere con la stessa misura delle proprie azioni.
E no, non si può pensare che gli italiani siano un popolo disposto a subire all’infinito. Possiamo essere pazienti, possiamo stringere i denti, possiamo cercare di andare avanti anche quando tutto diventa complicato. Ma non siamo stupidi. Sappiamo distinguere le promesse dai risultati e la determinazione dall’arroganza.
Lo dico soprattutto pensando al Sud, alla mia terra, a tutte quelle persone che ogni giorno lottano per vivere dignitosamente senza chiedere privilegi a nessuno. Persone che non vogliono assistenza a vita, ma opportunità. Che non vogliono essere compatite, ma rispettate. Che non hanno bisogno di essere educate alla realtà da chi spesso quella realtà la osserva soltanto da lontano.
E quando queste persone protestano, quando studenti, lavoratori e cittadini decidono di alzare la voce, io penso che la prima cosa da fare sia ascoltarli. Non considerarli un fastidio, non liquidarli come irresponsabili, non cercare di screditarli soltanto perché mettono in discussione chi sta al potere.
Una protesta può creare difficoltà, certo. Ma bisogna avere il coraggio di chiedersi che cosa abbia portato le persone a protestare. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra il proprio sostentamento e la possibilità di far sentire la propria voce.
La democrazia non consiste soltanto nel vincere le elezioni. Consiste anche nell’accettare che i cittadini possano contestarti, criticarti e chiederti conto di ciò che fai.
E qui sta il punto: governare non significa avere sempre ragione. Significa assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, anche quando le cose vanno male. Significa capire quando è arrivato il momento di fermarsi e ascoltare, anziché ostinarsi a difendere ogni scelta come se ammettere un errore fosse un segno di debolezza.
Io non voglio un Paese in cui si debba avere paura di protestare. Non voglio un Paese in cui chi dissente venga guardato come un nemico. E non voglio nemmeno che ci si abitui all’idea che peggiorare le proprie condizioni di vita sia un sacrificio inevitabile, mentre chi ha responsabilità pubbliche continua a sottrarsi al giudizio dei cittadini.
Voglio un Paese in cui la dignità delle persone venga prima dell’orgoglio di chi governa. Un Paese in cui le promesse abbiano un peso e le responsabilità non cambino a seconda della poltrona occupata.
E se il consenso viene meno, bisogna avere l’onestà di interrogarsi sul perché. Se cresce la rabbia, bisogna comprenderne le ragioni. Se la fiducia si spezza, non basta pretendere che venga restituita: bisogna dimostrare di meritarla di nuovo.
Perché il potere non rende nessuno intoccabile. Nessuno è indispensabile e nessuna carica politica è eterna.
Il popolo non è una comparsa da applaudire quando serve e da ignorare quando diventa scomodo. È il motivo stesso per cui esistono le Istituzioni.
E chi governa farebbe bene a ricordarselo, prima che la distanza tra il palazzo e la strada diventi incolmabile.
Perché arriva sempre un momento in cui le persone smettono di accontentarsi delle parole e cominciano a chiedere fatti. E quando quel momento arriva, non servono altri proclami.
Serve la capacità di guardare il Paese negli occhi e avere finalmente il coraggio di ascoltarlo o di dimettersi dalla propria carica se non si è capaci di farlo.
Angioletta Massimino

Ottimo articolo e assolutamente condivisibile.
Stupisce e soprattutto indigna che la classe politica, di maggioranza e sedicente opposizione, sia lontana anni luce dalla volontà popolare.
Avranno, presto o tardi, temo, un brutto risveglio.
E così la gran parte dei governi UE.