
Nell’ora dell’indignazione corale contro il teppismo di strada elevato a teoria politica, sentir parlare ancora di inclusione è stucchevole. Milano ha visto assaltare negozi, intimidire lavoratori, devastare attività commerciali. Eppure Beppe Sala, annunciando la propria presenza al presidio del campo progressista, ha sentito il bisogno di ricondurre tutto a un «malessere generalizzato dei giovani». Ha precisato che i reati vanno puniti, «senza buonismi, senza indulgenza». Bene. Ma perché quella precisazione deve essere subito accompagnata dall’ennesima spiegazione sociale, come se la responsabilità di chi sceglie di distruggere non potesse mai reggersi sulle proprie gambe?
Il problema è proprio questo automatismo. Si rompe una vetrina e il dibattito si sposta immediatamente sulle opportunità mancate. Quando si saccheggia un negozio e parte la riflessione sul futuro negato. Si terrorizza un commesso e qualcuno sente l’urgenza di spiegare il disagio di chi lo ha terrorizzato. Le vittime ottengono la solidarietà di rito; gli aggressori diventano il centro di un’interminabile indagine sulle colpe della società. A forza di procedere così, la condanna resta una formula preliminare, mentre tutto il peso politico del discorso finisce sulle attenuanti.
Questi ragazzi hanno bisogno di conoscere il prezzo delle proprie scelte. Chi partecipa a un assalto deve sapere che può essere identificato, processato e condannato. In galera, se necessario, quando la gravità dei fatti e le responsabilità accertate lo richiedono. Una città civile deve rendere credibili le conseguenze delle azioni, anche per rispetto dei tantissimi giovani che attraversano difficoltà economiche, familiari e personali senza trasformarle in una licenza di saccheggio.
Perché il disagio non decide al posto delle persone. Non sceglie quale vetrina sfondare, quale merce portare via, quale lavoratore minacciare. Quelle sono scelte individuali. E presentare ogni esplosione di violenza come l’esito quasi inevitabile di una mancata inclusione significa fare un torto prima di tutto a chi vive nelle periferie, studia, lavora, cerca un impiego e si comporta onestamente. La povertà non è un certificato di predisposizione al crimine. La giovane età non cancella la capacità di distinguere un diritto da una prepotenza.
Intanto, l’appello della Camera del lavoro offre una dimostrazione di quanto sia difficile, per una parte della sinistra, tenere ferma l’attenzione sui responsabili delle devastazioni. La mobilitazione contro la violenza diventa anche un atto d’accusa contro il governo: salari, casa, diritto allo studio, organici delle forze dell’ordine. Questioni sulle quali è legittimo discutere e scontrarsi. Ma inserite in questo contesto producono un effetto politico preciso: il baricentro della responsabilità scivola da chi ha commesso i fatti a chi governa il Paese.
La Cisl ha contestato apertamente la connotazione politica dell’appello e il metodo seguito dalla Cgil. Anche la Uil ha deciso di non partecipare, lamentando di non aver potuto contribuire all’iniziativa. Sono assenze che pesano. Se persino una manifestazione contro le devastazioni diventa occasione di divisione sindacale, forse il problema riguarda anche il modo in cui è stata costruita. Milano avrebbe bisogno di una condanna comprensibile a tutti, nella quale commercianti e cittadini possano riconoscersi senza dover sottoscrivere un programma contro il governo.
Sala dovrebbe interrogarsi su questo, soprattutto quando invita a esercitare spirito critico verso il proprio lavoro. Amministrare una città significa anche stabilire quali comportamenti siano incompatibili con la convivenza e sostenere senza ambiguità chi deve impedirli. Il richiamo alle piattaforme social può individuare un mezzo di mobilitazione; non spiega né assolve la decisione di rispondere a una chiamata andando a devastare un negozio.
L’inclusione si costruisce ogni giorno, con scuole che funzionano, occasioni di lavoro, servizi e regole rispettate. Proprio per questo perde significato quando viene evocata come risposta automatica a ogni violenza. Chi ha subito un assalto ha diritto a sentirsi dire che lo Stato farà il possibile per individuare i colpevoli e che le responsabilità avranno conseguenze concrete. Ha diritto a tornare al lavoro senza paura.
Il sindaco di Milano dovrebbe partire da qui. Dalla libertà dei cittadini onesti, dalla sicurezza dei lavoratori, dalla tutela di chi tiene aperta un’attività. Finché ogni devastazione servirà soprattutto a riaprire il seminario sulle ragioni di chi devasta, Palazzo Marino continuerà a dare l’impressione di amministrare Maranzopoli: una città in cui il conto arriva alle vittime e la comprensione viene riservata a chi lo ha provocato.
Luca Rampazzo

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