
“La collana di perle della signora elegante, le sneaker, che divengono elemento di un abbigliamento ricercato, i pantaloni oversize del rapper in erba o il tubino della diva” – scrive Eleonora Chiais – “mostrano che l’abbigliamento è sempre un veicolo di identità”. E aggiunge che se questo è lapalissiano, è invece è meno immediato capire quali sono le modalità attraverso le quali tale comunicazione si sviluppa. E bisogna capire quanto la nostra interpretazione sia suggestionata dalle norme sociali legate alla dimensione del costume.
Questo libro abbatte dunque lo stigma della frivolezza che è storicamente appannaggio per mostrare le sfaccettature tipiche del fenomeno moda, del suo linguaggio metaforico.
Quando l’outfit prende forma questa comunicazione è volontaria l’autore cita Hollander che in un saggio del 1993 esaminava la responsabilità concreta nella scelta del look e Fred Davis che sempre nel 1993 parlava della moda come linguaggio metaforica come quello musicale: quindi un errore interpretativo è sempre in agguato.
Inoltre, sottolinea Fred Davis citato in questo saggio(p.19) il significato di alcune combinazioni di abiti o dell’enfasi su un certo stile varierà molto in base all’identità della persona che indossa quegli abiti, o all’occasione, al luogo o alla compagnia e persino a qualcosa di così vago e passeggero come lo stato d’animo di chi indossa e di chi osserva.
Quindi lo stesso look può trasmettere informazioni diametralmente opposte- l’autrice ci invita a pensare a un tailleur pantaloni di taglio classico in spiaggia o in un supermercato che assumono valenze differenti. Perché come ha scritto Serge Reinach “Moda e abbigliamento veicolano significati culturali sottili e obliqui che il linguaggio con sa natura esplicita non potrebbe veicolare”.

Con Eleonora Chiais che insegna Moda e Costume, e Fashion and Creativity abbiamo parlato di quello che la moda comunica e parla del vestire come linguaggio sociale.
Anzitutto, cosa si intende per polifonia del vestire
Mi piace pensare che ogni outfit sia una sorta di conversazione a più voci. Quando ci vestiamo, infatti, non siamo mai gli unici a parlare: attraverso i nostri abiti prendono la parola la cultura alla quale apparteniamo, le convenzioni sociali, la storia degli oggetti che scegliamo, le tendenze del momento e, naturalmente, la nostra volontà di presentarci agli altri in un certo modo. È questo che intendo per polifonia del vestire: l’abbigliamento non svolge mai una funzione soltanto, ma ne mette in gioco diverse, contemporaneamente. Un abito può proteggerci dal freddo, rispondere a un’esigenza estetica, segnalare un’appartenenza sociale e contribuire alla costruzione della nostra identità. Queste funzioni non sono necessariamente armoniche: possono rafforzarsi, sovrapporsi oppure entrare in conflitto. Pensiamo a un paio di jeans strappati: dal punto di vista pratico sono forse meno efficienti di un paio di pantaloni integri, ma sul piano estetico e simbolico possono risultare decisamente più efficaci. Insomma, un abito può funzionare benissimo proprio quando, apparentemente, non funziona affatto!
Nel libro mi soffermo, per esempio, sul caso di Frida Kahlo. Il suo abbigliamento non era soltanto una scelta estetica: attraverso gli abiti tradizionali messicani comunicava un’appartenenza culturale, costruiva un’immagine pubblica riconoscibile e, contemporaneamente, interveniva sul rapporto con un corpo segnato dalla sofferenza. Lo stesso vestito poteva quindi essere ornamento, strumento identitario, dispositivo di rappresentazione e, in qualche misura, protesi.
Ma la polifonia riguarda anche il rapporto tra chi indossa e chi osserva. Il significato di un abito non è mai stabilito una volta per tutte da chi lo sceglie: viene continuamente negoziato con lo sguardo degli altri, con le convenzioni culturali e con il contesto nel quale appare. Quello che per qualcuno è eleganza, per un altro può essere conformismo; quello che nasce come provocazione può diventare, qualche stagione dopo, la più rassicurante delle tendenze (mai viste le t-shirt dei Nirvana in vendita a pochi euro nelle catene di fast fashion più commerciali?). Ecco perché parlare di linguaggio della moda non significa immaginare un vocabolario nel quale a ogni indumento corrisponda un unico e preciso significato. Significa piuttosto riconoscere che ogni volta che ci vestiamo produciamo un testo aperto a molte interpretazioni. Noi scegliamo le parole, per così dire, ma non possiamo controllare completamente quello che gli altri capiranno (e talvolta non conosciamo nemmeno tutte le sfumature interpretative di quelle stesse parole). Forse è proprio questo a rendere il linguaggio della moda così affascinante: anche quando crediamo di aver costruito un monologo perfetto, ci ritroviamo inevitabilmente dentro una conversazione. Che altro non è se non, appunto, la polifonia del vestire.
L’ importanza del linguaggio della moda in questi anni è ulteriormente cresciuta?
Direi di sì, ma con una precisazione: non è tanto la moda ad aver cominciato a parlare di più, quanto noi ad aver moltiplicato le occasioni per ascoltarla. L’abbigliamento è sempre stato un linguaggio, anche quando non lo chiamavamo così. Ha raccontato appartenenze sociali, gerarchie, aspirazioni, rivoluzioni e perfino trasgressioni. La novità è che oggi questa comunicazione si sviluppa contemporaneamente su più livelli, dal corpo fisico alla sua rappresentazione digitale. Pensiamo ai social network: un outfit non viene semplicemente indossato, ma fotografato, condiviso, commentato, reinterpretato. E qui arriviamo a un punto centrale del mio libro: la moda non esiste soltanto negli armadi o sulle passerelle, ma soprattutto nei discorsi che produciamo intorno a essa. In questo senso Roland Barthes aveva visto lontano: è il linguaggio che trasforma un capo d’abbigliamento in un oggetto culturale, attribuendogli significati che vanno ben oltre la sua funzione materiale. Oggi, insomma, non ci limitiamo a vestirci: raccontiamo come ci vestiamo, osserviamo come si vestono gli altri e discutiamo continuamente di ciò che queste scelte significano. Con un piccolo paradosso: in un’epoca in cui tutti possono prendere la parola, spesso è proprio quello che indossiamo a parlare per primo.
Il basco di Che Guevara, le petit chapeau di Napoleone. Sono molti gli accessori che divengono strumenti identitari?
Eleonora Chiais Moltissimi! E la cosa interessante è che, in certi casi, basta un accessorio per evocare un’intera persona, un’epoca o addirittura un’ideologia. Il basco di Che Guevara, il bicorno di Napoleone, gli occhiali tondi di John Lennon, ma anche gli occhiali scuri di Anna Wintour o il ventaglio di Karl Lagerfeld: sono tutti esempi di oggetti che hanno smesso di essere semplici componenti dell’abbigliamento per trasformarsi in vere e proprie scorciatoie visive dell’identità. Ci sono poi oggetti che hanno fatto qualcosa di ancora più interessante: sono diventati simboli identitari condivisi ma caratterizzanti. Pensiamo al giubbotto di pelle dei motociclisti, trasformato dal cinema e dalle sottoculture giovanili in un emblema dell’anticonformismo; agli anfibi Dr. Martens, passati dall’abbigliamento da lavoro alle culture punk; oppure al passamontagna che può evocare anonimato, protesta politica e contestazione, ma anche trasformarsi in un accessorio di tendenza sulle passerelle (penso a Raf Simons nel 2018, ad Alexander Wang e Gucci ma anche a Miu Miu a Givenchy nella FW21 fino al modello Y/Project che – ispirato all’eredità di Jean-Paul Gaultier – è diventato un trend TikTok per la generazione Z nel 2022 e ancora Rick Owens e Loewe – per entrambi FW22).
In tutti questi casi un oggetto quotidiano viene investito di significati che superano enormemente la sua funzione pratica. Da un punto di vista semiotico, questi accessori funzionano come segni particolarmente efficaci perché condensano una quantità straordinaria di significati in uno spazio molto ridotto. Potremmo quasi considerarli delle firme vestimentarie, ma anche dei piccoli manifesti portatili. E il loro potere non dipende necessariamente dal valore materiale dell’oggetto, quanto dalla sua riconoscibilità e dalla rete di associazioni culturali che riesce ad attivare.
C’è però un aspetto ancora più interessante: questi oggetti possono sopravvivere ai loro proprietari e persino ai movimenti che li hanno resi celebri. Il basco di Che Guevara può diventare merchandising, gli anfibi punk possono finire nelle vetrine del lusso, il giubbotto del ribelle può trasformarsi in un classico del guardaroba. È il paradosso della moda: ha una straordinaria capacità di assorbire anche ciò che nasce per contestarla. In fondo, un accessorio può essere minuscolo, ma il racconto che porta con sé può essere gigantesco.
La moda adattiva: oltre agli occhiali, altri dispositivi medici da stigma divengono stile?
Eleonora Chiais Certamente, e questo è uno degli aspetti che trovo più interessanti della moda contemporanea. Gli occhiali rappresentano un caso quasi perfetto: nascono per correggere un deficit visivo e finiscono per diventare accessori di moda talmente desiderabili che qualcuno li indossa persino senza averne bisogno. Da strumenti per vedere meglio sono diventati anche strumenti per essere visti!
Ma il fenomeno riguarda ormai molti altri dispositivi: apparecchi acustici, protesi, tutori, sensori per il monitoraggio della glicemia e perfino cerotti (uno tra tutti l’ormai mitico pimple patch come quelli di Rhode disegnati da Justin Bieber). Oggetti che tradizionalmente venivano nascosti, perché associati a una condizione di fragilità o a una presunta mancanza, possono oggi essere personalizzati, decorati, esibiti e integrati consapevolmente nella costruzione della propria immagine.
La questione, però, non è semplicemente rendere più belli gli strumenti medici. È molto più profonda e, direi, decisamente semiotica: si tratta di modificare il significato sociale che attribuiamo loro. Una protesi, per esempio, può cercare di imitare un arto naturale oppure scegliere deliberatamente di mostrarsi, attraverso materiali, colori e forme che ne valorizzano la presenza.
Nel libro insisto proprio su questo passaggio: dalla necessità di nascondere un dispositivo alla possibilità di scegliere come mostrarlo. È un cambiamento che riguarda l’autonomia, l’identità e il diritto di rappresentarsi. In altre parole, la moda adattiva non ci insegna soltanto che gli abiti devono adattarsi ai corpi, ma anche che i nostri codici estetici devono imparare ad accogliere la molteplicità dei corpi. E questa, più che una questione di stile, è – a mio parere – una vera e propria rivoluzione culturale.
Sono lontani i tempi di «volevo i pantaloni», che ormai per le donne sono di uso quotidiano. Eppure anche la gonna coesiste con successo: ma che funzione ha?
La domanda è interessante perché ci permette di sfatare un equivoco: gli abiti non possiedono significati fissi e immutabili. Un paio di pantaloni, una gonna o una minigonna non significano sempre la stessa cosa. Il loro valore dipende dal contesto storico, culturale e sociale nel quale vengono indossati. Per molto tempo i pantaloni hanno rappresentato, per le donne, una conquista simbolica prima ancora che pratica. Indossarli significava anche mettere in discussione una distribuzione dei ruoli sociali che passava attraverso una precisa distinzione vestimentaria tra maschile e femminile. Oggi, almeno in molti contesti occidentali, quella battaglia è stata in larga parte superata e i pantaloni sono diventati un elemento ordinario del guardaroba femminile. Ma questo non significa affatto che la gonna abbia perso il proprio potere comunicativo. Anzi! Pensiamo alla minigonna, alla quale dedico una riflessione nel libro: negli anni Sessanta non fu semplicemente una gonna più corta, ma un oggetto capace di rendere visibili trasformazioni culturali profonde, legate al corpo femminile, alla libertà e alla ridefinizione delle convenzioni sociali.
Oggi una gonna può comunicare eleganza, seduzione, formalità, provocazione oppure semplicemente una preferenza estetica. Può assecondare uno stereotipo di femminilità o metterlo in discussione, anche quando viene indossata da un uomo. Il punto, quindi, non è stabilire che cosa significhi la gonna, ma comprendere che cosa significhi quella gonna, indossata da quella persona, in quella situazione. La vera conquista, forse, non è aver sostituito le gonne con i pantaloni, ma aver ampliato le possibilità di scelta e, di conseguenza, le possibilità di espressione.

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