
Barbara Spinelli era figlia di Altiero Spinelli e di Ursula Hirschmann. Questo è un fatto. Che ne fosse l’erede politico è invece un giudizio, e non basta un cognome a renderlo vero. Secondo la Stampa «Barbara Spinelli aveva fatto di quell’eredità culturale uno degli elementi centrali del proprio percorso intellettuale»; Repubblica scrive che «la sua permanenza nelle istituzioni europee fu coerente con una convinzione che aveva accompagnato tutta la sua vita: l’Europa non come semplice somma di Stati, ma come progetto politico e istituzionale capace di incidere sulla storia del continente»; e anche il Corriere della Sera insiste sulla continuità con le radici familiari. Ma proprio quella continuità avrebbe meritato di essere discussa.
Nel 2014, Barbara Spinelli fu eletta al Parlamento europeo con L’Altra Europa con Tsipras, nella sinistra radicale. Una scelta che, da sola, non dimostra la rinuncia all’europeismo. A misurare la distanza dal progetto dei genitori sono soprattutto le posizioni assunte negli anni successivi: sull’Ucraina, sulla Russia, sulla possibilità dell’Europa di difendere la propria libertà. Spinelli riconosceva che Mosca era l’aggressore. Ma accompagnava quella condanna con una ricostruzione nella quale le responsabilità politiche ricadevano sistematicamente sull’Occidente: l’allargamento della Nato, la cecità europea, il sostegno militare a Kyjiv. L’aggressione era russa, sì, ma la spiegazione accreditava le giustificazioni del Cremlino.
Il 6 aprile 2022 giunse a scrivere, ricalcando gli argomenti con cui la propaganda russa seminava dubbi sulla strage di Bucha: «Verrà forse il giorno in cui sapremo qualcosa di meno impreciso su quel che è successo a Bucha presso Kyjiv: chi ha ucciso in quel modo? I russi hanno voluto lasciare questo ricordo nel ritirarsi dalla città il 30 marzo, cioè 4 giorni prima della scoperta del macello? Perché? Come mai il sindaco di Bucha ha annunciato il 31 marzo che in città non c’erano più truppe russe e non ha accennato ai civili uccisi in strada con le mani legate dietro la schiena?».
Il 7 settembre 2025, presentava il nuovo ordine promosso da Pechino come un argine ai disastri dell’egemonia occidentale: «Nel giro di quattro giorni Xi Jinping ha inaugurato un ordine multipolare non più centrato sul predominio statunitense e occidentale. Assieme a Russia, India, Iran e altri 22 capi di stato o governo riuniti per un vertice dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco) ha dato vita all’Iniziativa di Governance Globale. Obiettivo: la cooperazione pacifica fra Stati e un “futuro condiviso dell’umanità”. Assieme al gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) gli Stati congiunti dallo “spirito di Shanghai” si proteggono così dalla brama di predominio e sanzioni che anima l’Occidente. Non sono tutti democratici, ma il pianeta non è tutto democratico».
A chi cercava di organizzare la difesa europea riservava, nello stesso articolo, il sarcasmo sulle invasioni che non sarebbero mai arrivate. Come se l’invasione dell’Ucraina non fosse già abbastanza.�Qui sta la rottura politica. Il federalismo vuole dare agli europei gli strumenti per decidere il proprio destino. Una politica che scredita la loro difesa e accoglie le ragioni delle potenze autoritarie li lascia invece esposti alle decisioni altrui. Chiamare tutto questo semplicemente “europeismo” significa cancellare il problema.
Il Fatto, che quelle posizioni aveva pubblicato, ha almeno scelto di ricordarla per ciò che era diventata. Il titolo parla di una «Progressista “esiliata” in lotta per i diritti nella Fortezza Europa». E un passaggio dell’articolo che il giornale ha ripubblicato riassume il senso della sua lettura della guerra: «I governi europei non hanno fatto nulla per capire le radici della guerra. Per distinguere l’allargamento dell’Unione da quello della Nato. Non hanno mai osato ammettere che la pace in Europa è possibile solo se Ucraina, Georgia, Moldavia sono neutrali come l’Austria nel secondo dopoguerra».
Barbara Spinelli aveva il diritto di allontanarsi politicamente dai suoi genitori. E noi abbiamo il diritto di condividere o giudicare severamente quella distanza. Chi oggi la cancella per celebrarla le nega persino la responsabilità delle scelte. Le cambia le idee, adesso che non può più replicare. Crede di renderle omaggio, ma così ne offende la memoria.
Marco Taradash

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