
Nel maggio 1931 Hans Litten chiamò Adolf Hitler alla sbarra per farlo testimoniare nel processo contro quattro appartenenti alle SA la milizia paramilitare del partito nazista. L’accusa per questi quattro era di aver ucciso e ferito al Tanzpalast Eden, un noto locale da ballo dell’epoca, diverse persone di sinistra che stavano festeggiando. L’attacco avvenne il 22 novembre del 1930.
L’evento portò a un processo politico in piena regola che si celebrò a Berlino nella primavera del 1931. Il giovane e brillante avvocato ebreo-tedesco Hans Litten, che difendeva i lavoratori aggrediti e superstiti, decise di convocare alla sbarra dei testimoni lo stesso Adolf Hitler.
L’obiettivo primario di Litten era quello di dimostrare che la sbandierata “strategia di legalità” dei nazisti fosse solo una facciata e che le violenze delle SA fossero esplicitamente incoraggiate dal capo del partito nazista.
Il brillante avvocato riuscì a portare alla sbarra Hitler e l’8 maggio del 1931 poté interrogarlo. L’attacco fu stringente mettendo sotto torchio Hitler per oltre tre ore. Messo di fronte ai testi programmatici scritti dai nazisti che incitavano a distruggere la democrazia, Hitler perse completamente il controllo in aula, urlando, sudando e cadendo in pesanti contraddizioni che ne misero a nudo la natura violenta davanti all’opinione pubblica borghese. Alla fine, fu costretto a rivelare di aver istigato lui la violenza contro gli oppositori del partito nazista. L’interrogatorio fu interrotto da un giudice simpatizzante, ma la natura violenta del partito era stata finalmente rivelata, mettendo così in crisi l’immagine di Hitler agli occhi della media borghesia tedesca.

Le contraddizioni di Hitler durante il contro-interrogatorio lo portarono anche a un secondo processo per spergiuro, dal quale fu assolto. Dal giorno in cui interrogò Hitler, Litten divenne un uomo segnato, ma più per l’umiliazione che aveva causato che per le sue origini ebraiche.
Con l’ascesa del nazismo amici e parenti di Litten espressero preoccupazione per l’incolumità dell’avvocato, che però rifiutò di lasciare il paese dato che milioni di lavoratori non avevano le sue stesse possibilità di salvarsi. Le paure degli amici di Litten si rivelarono fondate. Infatti, il 28 febbraio 1933, durante l’Incendio del Reichstag, Litten fu arrestato e messo in custodia cautelare.
Litten fu interrogato per la prima volta nel carcere di Spandau e, senza mai comparire di fronte a un giudice, fu spostato in diversi campi di prigionia nonostante gli sforzi della madre per farlo liberare. Successivamente, Litten fu internato nel campo di concentramento di Sonnenburg e poi nella prigione di Brandenburg-Görden con l’anarchico Erich Muhsam. Qui fu torturato a lungo perché rivelasse i nomi dei suoi clienti ed assistiti.
Per evitare di compromettersi, Litten tentò il suicidio, ma fu soccorso in tempo dai suoi aguzzini. Le percosse subite da Litten compromisero la sua salute fino alla fine dei suoi giorni, dato che durante gli interrogatori riportò ferite a un occhio e a una gamba, gli fu fratturata la mascella, gli si ruppero alcuni denti e perse l’udito da un orecchio. La madre intanto tentò di ottenere il suo rilascio appellandosi a figure di spicco come Werner von Blomberg, Guglielmo di Prussia, Ludwig Müller, Franz Gürtner e Roland Freisler, senza però alcun risultato.
Le condizioni di Litten migliorarono temporaneamente durante la prigionia a Lichtenburg, dove gli fu permesso di lavorare in biblioteca e si guadagnò la simpatia dei suoi compagni di carcere per la sua forza di spirito e coraggio.
Nell’estate 1937 fu trasferito al campo di concentramento di Buchenwald per un mese, prima di essere portato a Dachau il 16 ottobre 1937. Qui, pur essendo cristiano dalla nascita, fu internato nelle baracche riservate agli ebrei. Dopo cinque anni dall’arresto e numerose torture, Litten fu interrogato un’ultima volta il 4 febbraio 1938 e la notte successiva si suicidò impiccandosi nella lavanderia del campo. Le intenzioni di Litten erano già chiare da tempo e il giorno prima del suo suicidio un compagno di baracca
dell’avvocato aveva trovato un cappio sotto il cuscino di Litten.
Raffaele Romano

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