
L’Italia ha inciso nella propria Costituzione una delle dichiarazioni più radicali e più limpide della storia repubblicana: “L’Italia ripudia la guerra”. Non la considera un’opzione, non la giustifica, non la tollera come strumento di politica internazionale. La ripudia. È un principio assoluto, un confine morale che dovrebbe orientare ogni scelta dello Stato.
Eppure lo stesso Stato italiano, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, detiene esattamente il 30,204% di Leonardo S.p.A.. Una partecipazione enorme, finanziata con soldi pubblici. Significa che l’Italia non è solo spettatrice del settore bellico: ne è azionista, ne sostiene la crescita, ne accompagna l’espansione internazionale, ne condivide profitti e strategie.
Questa espansione non riguarda solo il territorio nazionale. Nel 2026 Leonardo ha costituito una società direttamente nel Paese in guerra: Leonardo Ukraine LLC, registrata ufficialmente a Kiev il 20 maggio 2026. Non è un annuncio politico, non è un progetto futuro: è una società reale, iscritta nei registri ucraini, controllata al 100% da Leonardo International, la holding del gruppo.
Leonardo Ukraine non è un ufficio commerciale. È un avamposto operativo che si occupa di ricerca e sviluppo sperimentale, tecnologie per droni d’attacco, sistemi senza pilota, guerra elettronica, apparati di comunicazione militare, sensoristica avanzata e componentistica missilistica convenzionale. Il suo perimetro societario, riportato nei documenti ufficiali, include attività di ingegneria, sviluppo software, produzione di strumenti di misura, apparati ottici, installazione e manutenzione di sistemi elettronici.
Secondo le ricostruzioni economiche, Leonardo Ukraine lavora su sistemi d’attacco a lunga gittata, progettati per colpire obiettivi strategici russi. Sistemi che, per filosofia operativa, sono paragonabili ai missili da crociera Storm Shadow: armi convenzionali a lungo raggio, capaci di penetrare difese e colpire infrastrutture militari a distanza.
Questi sistemi utilizzano testate intercambiabili, cioè moduli esplosivi convenzionali che possono essere sostituiti in base al tipo di bersaglio: anti‑struttura, anti‑carro, frammentazione, penetrazione. Una modularità che serve a variare l’effetto sul bersaglio e che si spera non abbia nulla a che vedere con la possibilità di montare testate atomiche, che dovrebbero richiedere catene di comando, protocolli e strutture separate.
Resta però il fatto politico: l’Italia, che ripudia la guerra, partecipa economicamente a una società che sviluppa armi usate in guerra, e lo fa direttamente in un Paese in conflitto.
E non è solo l’Ucraina. Le industrie italiane della difesa hanno esportato negli anni armi, componenti, sistemi e tecnologie verso Paesi coinvolti in conflitti armati o accusati di gravi violazioni dei diritti umani. Paesi come Israele, Arabia Saudita, Emirati, Egitto, Turchia e altri ancora.
Ed è qui che entra in gioco la legge 185/1990, approvata dal Parlamento italiano proprio per impedire che l’Italia esporti armi verso Paesi in guerra o che si siano macchiati di gravi delitti contro l’umanità. Una legge chiara, netta, che vieta ciò che la Costituzione ripudia.
Ma la pratica industriale ha spesso aggirato questo principio attraverso triangolazioni, consorzi internazionali, componentistica, licenze di produzione, accordi multilaterali. Il risultato è che armi italiane o parti di armi italiane finiscono in teatri di guerra dove vengono usate contro civili, contro infrastrutture, contro popolazioni che non hanno alcuna colpa.
La contraddizione non si ferma qui. L’Italia ha autorizzato l’installazione del MUOS di Niscemi, un sistema di comunicazione satellitare della Marina USA, progettato e costruito dalla Lockheed Martin, uno dei più grandi colossi militari americani. Un’infrastruttura strategica statunitense su suolo italiano, che nulla ha a che vedere con il ripudio della guerra, anzi è proprio uno strumento di guerra, di attacco e difesa.
E sempre Lockheed Martin è la stessa azienda da cui l’Italia ha acquistato gli F‑35, il caccia multiruolo più costoso della storia. La commessa iniziale era di 90 velivoli. Di fronte alle proteste di cittadini, associazioni e parte del Parlamento, venne annunciato pubblicamente che il numero sarebbe stato ridotto a 70. Una promessa mediatica, una mossa per calmare le acque, una dichiarazione politica mai trasformata in un atto formale.
La realtà, oggi, è l’esatto contrario: secondo i Documenti Programmatici Pluriennali della Difesa 2024‑2026 e 2025‑2027, l’Italia ha aumentato la flotta da 90 a 115 F‑35, con acquisti scaglionati anno dopo anno. Il programma non è stato chiuso: continua e continuerà fino al 2046, con spese che superano i 14 miliardi di euro solo per l’acquisto, e molto di più per il ciclo di vita.
Il quadro complessivo è devastante: da una parte l’articolo 11, dall’altra la partecipazione statale in industrie che producono armi per Paesi in guerra. Da una parte il ripudio della guerra, dall’altra la realtà di un Paese che finanzia, sostiene e promuove la produzione di strumenti di conflitto, in Italia e all’estero.
Molti cittadini italiani non accettano che i propri soldi vengano utilizzati per alimentare questa filiera. Non accettano che l’Italia, invece di essere un Paese che costruisce diplomazia, cooperazione, mediazione, diventi un Paese che costruisce armi. Non accettano che la politica si nasconda dietro formule come “difesa europea”, “partnership strategiche”, “innovazione dual‑use”, mentre la sostanza è semplice: lo Stato italiano investe nella guerra, e lo fa mentre proclama di ripudiarla.
Questa distanza tra principi costituzionali e scelte economiche non è più sostenibile. Non è una questione tecnica: è una questione morale, civile, democratica. Riguarda la credibilità dello Stato, la coerenza della Repubblica, il rispetto della Costituzione.
L’Italia deve decidere se vuole essere fedele all’articolo 11 o se vuole continuare a finanziare industrie che operano nel settore bellico, in Italia e all’estero, anche in Paesi coinvolti in conflitti e violazioni dei diritti umani. Non può fare entrambe le cose. E sempre più cittadini lo stanno dicendo con chiarezza: questa contraddizione non è più tollerabile.
Angioletta Massimino

condivido tutto. questa contraddizio ne insita e percepita nella coscienza della società italiana, è causa di una ferita morale, culturale che produce confusione politica/decisionale nelle scelte del cittadino. Ecco la necessità di uno Stato,una classe dirigente coerente che incida nella visione/costruzione di un mondo basato sul dialogo/diplomazia di pace prevenendo/ripiudando la guerra.
La ringrazio di codeste informazioni.. Più notizie sappiamo più siamo in grado di capire ed eventualmente orientare le nostre preoccupazioni e le nostre conseguenti decisioni. Far conoscere ad altri ciò che non sanno o ignorano proprio è un grande servizio ad una democratica CONSAPEVOLEZZA. I miei più cordiali saluti. Sandro Pedullà