
Lunedì ripartono i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran. La notizia rimbalza dalle stanze felpate del Qatar, quel fazzoletto di sabbia e miliardi che si è preso il lusso di fare da sensale tra i due mostri sacri del pianeta. Donald Trump, arroccato nella sua Casa Bianca, dice no alla tregua, ma intanto manda i suoi emissari a sussurrare dietro le quinte, a spiare attraverso lo specchio di una diplomazia che puzza di ipocrisia e fumo.
Che farsa. Che gigantesca, intollerabile messinscena.
Eccoli di nuovo lì, a parlarsi senza guardarsi. Da una parte Washington, la superpotenza smarrita che si illude ancora di governare il mondo a colpi di sanzioni e tweet al vetriolo; dall’altra Teheran, la teocrazia degli ayatollah che nasconde dietro le barbe lunghe e il rancore antico una spietata fame di nucleare e di egemonia. Si odiano, si minacciano, si giurano la morte eterna, ma poi accettano la mediazione di un terzo incomodo per trattare. Indirettamente, sia chiaro. Sia mai che un americano debba stringere la mano a un turbante, sia mai che un guardiano della rivoluzione debba incrociare lo sguardo dell’infedele d’Occidente.
la logica sotterranea e spietata di chi usa Dio come scudo fiscale per le proprie guerre. Ma conosco anche l’Occidente, la sua debolezza travestita da pragmatismo, il vizio assurdo di credere che ogni conflitto possa essere risolto firmando un pezzo di carta in un hotel a cinque stelle a Doha.
Cosa cercano domani in Qatar? La pace? Non fatemi ridere. La pace è un’invenzione dei poeti e dei vigliacchi. Domani si cerca il compromesso della paura. Trump stringe la cinghia per dimostrare ai suoi elettori che non cede di un millimetro, ma sa benissimo che una guerra aperta nel Golfo Persico farebbe saltare il banco. Teheran urla alla Jihad contro Satana, ma ha i forzieri vuoti e il popolo che trema di rabbia.
È un gioco a scacchi giocato con i destini degli uomini. Si siederanno in stanze separate, mentre i diplomatici del Qatar faranno la spola da una porta all’altra come camerieri che portano portate di veleno e compromessi. Si scambieranno foglietti, limeranno aggettivi, mercanteggeranno sulle centrifughe e sul petrolio. E mentre loro giocano a fare i padroni del mondo, la storia vera, quella fatta di sangue, di pietre e di donne che vogliono respirare, continuerà a scorrere altrove. Lontana da Doha. Lontana dalle loro bugie.
Giuseppe Basilico

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