
Da quando sono padre di una bambina guardo molte cose diversamente.
Non perché prima fossi meno sensibile ai diritti delle donne o alla loro libertà. Ma perché una figlia cambia inevitabilmente il punto di osservazione. Quando ascolti certe parole non pensi più soltanto alla politica, alla polemica del giorno o alla dichiarazione riuscita male. Pensi al mondo nel quale tua figlia dovrà crescere. Agli uomini che incontrerà. Alla cultura con la quale dovrà fare i conti.
Per questo ho seguito con particolare attenzione il dibattito di questi giorni, cominciato con le parole di Antonio Tajani e proseguito con quelle, assai più pesanti, di Roberto Vannacci.
Su Tajani voglio essere chiaro. Le sue considerazioni sulla donna da sposare, sull’affidabilità e sulla lunghezza delle gonne sono state infelici. Molto infelici. Ma conosco Tajani, conosco la sua storia politica e istituzionale e la sua cultura. Ha poi chiesto scusa per le sue parole. Per questo considero quell’episodio soprattutto un caso di cattiva comunicazione: un ragionamento partito da una metafora politica e finito dentro stereotipi che sarebbe stato meglio evitare.
Con Vannacci, a mio giudizio, siamo davanti a qualcosa di diverso.
Interpellato sulla vicenda, ha risposto: “Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna”. E ha presentato la frase come una risposta “leggera”.
A me non ha fatto ridere.
Da uomo l’ho trovata volgare. Da padre di una bambina ho provato qualcosa di più forte: ribrezzo. E non sono un bacchettone.
Perché c’è altro. Perché quando hai una figlia pensi immediatamente a ciò che c’è dietro le parole. Pensi a tua figlia adolescente, poi adulta, e ti chiedi quale società vorresti incontrasse. Una società nella quale un uomo guardi una donna per quello che pensa, per quello che costruisce, per la sua intelligenza e la sua libertà. Non per quanto è lunga la sua gonna. E nemmeno per quanto sarebbe preferibile senza.
Le parole, soprattutto quelle pronunciate da chi fa politica, non vivono nel vuoto. Contribuiscono a rendere normali determinati linguaggi e determinate rappresentazioni della donna.
Ed è questo il punto politico.
Perché Vannacci non è soltanto quello della battuta sulle donne senza gonna. È anche il politico che ha sostenuto l’idea di classi separate per gli alunni con disabilità, affermando che per loro servirebbero “classi con caratteristiche separate”. Anche questo aiuta a capire perché, almeno per me, sia difficile considerare certe uscite semplici provocazioni isolate.
Vannacci ha scelto deliberatamente la provocazione come linguaggio pubblico. Si può condividere o contestare la sua proposta politica; quello che non si dovrebbe fare è liquidare tutto come folklore.
Qualcuno potrebbe ricordare le battute di Silvio Berlusconi. È vero: ne pronunciò molte, alcune discutibili e altre imbarazzanti. Ma Berlusconi era altro. Era goliardico, irriverente, spesso sopra le righe, simpatico e non impostato come il Generale, veniva da una cultura liberale e guidava un centrodestra nel quale convivevano anime liberali, popolari e conservatrici. Le sue battute potevano piacere o indignare, ma non erano accompagnate dall’ammiccamento a nostalgie fasciste. È questa, per me, la differenza sostanziale. Mettere automaticamente sullo stesso piano esperienze politiche così diverse impedisce di capire ciò che sta accadendo oggi.
Il problema, dunque, non è stabilire chi abbia pronunciato la battuta peggiore. È capire quale cultura politica vogliamo rendere normale nello spazio pubblico.
Io, da padre, una risposta ce l’ho.
Vorrei che mia figlia crescesse sapendo che potrà mettersi la gonna lunga, la gonna corta, i pantaloni o quello che le pare. Che nessun uomo avrà il diritto di misurare la sua serietà attraverso centimetri di stoffa. E soprattutto che la sua libertà non sarà mai una concessione di qualcuno.
Forse essere diventato padre mi ha reso più sensibile a certe cose.
Se è così, ne sono felice.
Perché quando hai una figlia smetti per un momento di domandarti se una frase porti voti, faccia audience o funzioni sui social.
Ti fai una domanda molto più semplice: vorrei che qualcuno parlasse così di mia figlia?
Io no.
Gaetano Amatruda

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