
La Premier ha messo le mani nella marmellata. E, questa volta, bisogna riconoscerle una certa abilità: ha toccato un nervo scoperto della scuola italiana, dicendo ad alta voce qualcosa che molti genitori pensano e che la politica, spesso, preferisce non dire. Il tema è quello degli alunni stranieri che arrivano a scuola senza conoscere sufficientemente la lingua italiana. In alcune realtà, soprattutto dove la concentrazione è molto alta, il problema esiste: se un ragazzo non comprende la lingua nella quale l’insegnante spiega matematica, storia o scienze, non può certo essere messo nelle condizioni di apprendere come gli altri. E il rischio è che il ritardo di uno diventi, nella gestione quotidiana della classe, una difficoltà per tutti. Attenzione, però, a non fare confusione. Un bambino con cittadinanza straniera non è necessariamente un bambino che non parla italiano. Molti sono nati qui, frequentano la scuola italiana da sempre e parlano italiano come i loro compagni. Il problema riguarda soprattutto chi arriva più avanti nel percorso scolastico e deve imparare rapidamente la lingua. È una difficoltà concreta, che richiede strumenti concreti: corsi di italiano, insegnanti di sostegno linguistico, risorse per le scuole e una distribuzione degli alunni che eviti, dove possibile, concentrazioni difficili da gestire. Insomma, non è necessario scegliere tra l’accoglienza e il diritto all’apprendimento. Si possono difendere entrambi. Anzi, si devono difendere entrambi. Perché insegnare bene l’italiano a chi arriva da un altro Paese è il primo vero atto di integrazione che la scuola possa compiere. Diverso è il discorso dello sport, del gioco, delle attività comuni. Lì è persino auspicabile che bambini italiani e stranieri stiano insieme, imparino a conoscersi, a rispettarsi e a crescere in un ambiente nel quale le differenze non siano un ostacolo ma un’occasione. Una partita di calcio non ha bisogno del vocabolario; una lezione di matematica sì. Ed è proprio qui che la politica rischia di sbagliare bersaglio. Perché un problema concreto può essere affrontato seriamente oppure trasformato in una bandiera identitaria. La Premier ha capito che il tema può parlare a molte famiglie e lo ha portato nel dibattito politico, anche con una certa furbizia, soprattutto a ridosso della campagna elettorale. È una scelta politica legittima. Ma il punto vero è: perché ha dovuto farlo lei? Qui entra in gioco il centrosinistra. Invece di reagire indignato ogni volta che la destra affronta il tema dell’immigrazione, avrebbe potuto anticiparla. Avrebbe potuto dire: sì, il problema esiste; sì, bisogna intervenire; e lo facciamo noi, però in modo inclusivo, senza trasformare un bambino straniero nel colpevole delle difficoltà della scuola italiana. Avrebbe potuto mettere il cappello sulla sedia prima degli altri e poi invitare il Governo a votare con lui. Questa sarebbe stata politica. Non inseguire la destra sul suo terreno, ma sottrarle il monopolio della risposta. Perché c’è una parte dell’elettorato progressista che non vive nei talk show e non ragiona per categorie ideologiche. Sono genitori, insegnanti, lavoratori, piccoli imprenditori, famiglie del ceto medio impoverito. Persone che possono essere favorevoli all’integrazione e, contemporaneamente, pretendere che il figlio trovi in classe le condizioni per imparare. Persone che non vogliono essere costrette a scegliere tra solidarietà e buon funzionamento dei servizi pubblici. Se il Campo Largo continuerà a parlare soltanto a chi è già convinto, rischia di non vedere questa parte del Paese. E quando la politica non dà una risposta a una preoccupazione concreta, qualcun altro prima o poi la dà. Magari una risposta parziale, magari interessata, magari elettorale. Ma la dà. La domanda, allora, non è se la Premier abbia avuto torto a parlare della scuola. La domanda è perché il centrosinistra non abbia parlato prima e meglio della scuola. Perché alla fine il punto è proprio questo: non servono scuole separate, né bambini separati. Servono scuole capaci di insegnare l’italiano a chi non lo conosce, di garantire a tutti il diritto di imparare e, nello stesso tempo, di far giocare insieme bambini diversi. Una buona scuola non chiede da dove vieni prima di insegnarti dove puoi arrivare. E forse è proprio dalla scuola che il centrosinistra dovrebbe ricominciare a parlare a tutti.
Angelo Santoro

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