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Terrorismo: 25 anni dopo l’11 settembre

Alle 8:46 ora locale dell’11 settembre 2001 l’aereo American Airlines 11 si schiantò contro la Torre Nord del World Trade Center di New York; dopo aver bruciato per 102 minuti, la torre crollò alle 10:28. A quell’ora avevano già concluso tragicamente il loro volo anche gli altri tre aerei di linea dirottati dai membri di al-Qaeda: uno lanciato contro la Torre Sud, un altro schiantato contro il Pentagono, il quarto precipitato in Pennsylvania.

di Istituto Ispi | 14 Settembre 2026

di Francesco Marone*

Alle 8:46 ora locale dell’11 settembre 2001 l’aereo American Airlines 11 si schiantò contro la Torre Nord del World Trade Center di New York; dopo aver bruciato per 102 minuti, la torre crollò alle 10:28. A quell’ora avevano già concluso tragicamente il loro volo anche gli altri tre aerei di linea dirottati dai membri di al-Qaeda: uno lanciato contro la Torre Sud, un altro schiantato contro il Pentagono, il quarto precipitato in Pennsylvania. In quel breve lasso di tempo si consumò il più grave attacco terroristico della storia, costato la vita a 2.977 persone, si manifestò in diretta mondiale un dramma dotato di enorme valenza simbolica ed ebbe luogo un evento che avrebbe segnato profondamente questo secolo.

L’antiterrorismo dopo l’11 settembre

Dalla catastrofe dell’11 settembre emerse per reazione un sistema di contrasto al terrorismo senza precedenti, pur non esente da gravi limiti ed errori. Comprendeva il potenziamento e l’ampliamento degli apparati di sicurezza, nuove norme, maggiori controlli sui trasporti, il rafforzamento del contrasto al finanziamento del terrorismo e una più robusta architettura di cooperazione internazionale.

Nel corso del tempo, l’insieme di risposte maturato su scala globale dopo lo shock dell’11 settembre ha consentito di ottenere risultati importanti sul piano operativo e tattico: al-Qaeda non ha più la solidità organizzativa e le capacità operative dirette che possedeva nel 2001; lo Stato Islamico (IS), o Daesh, ha perso il suo autoproclamato “Califfato” territoriale in Siria e Iraq nel 2019; numerosi attentati sono stati sventati. È peraltro opportuno notare che i fallimenti dell’antiterrorismo (come quello eclatante dello stesso 9/11) sono solitamente noti al pubblico, mentre i successi rimangono spesso nell’ombra per ovvie ragioni di segretezza.

La politica internazionale post-9/11

Com’è noto, le conseguenze dell’11 settembre non sono rimaste confinate al campo dell’antiterrorismo. Dopo il 9/11 la lotta al terrore divenne sostanzialmente il principio ordinatore della politica estera degli Stati Uniti e, per estensione, un aspetto cruciale delle relazioni internazionali. La Global War on Terror lanciata dall’amministrazione Bush ridefinì priorità politiche, metodi e alleanze. Da quella scelta derivarono direttamente o indirettamente la guerra in Afghanistan e (in parte riconducibile a quella cornice) la guerra in Iraq, la dottrina della “guerra preventiva”, le extraordinary renditions (“consegne speciali” di presunti terroristi agli Stati Uniti) e altre pratiche controverse, spesso in grave tensione con il diritto internazionale e interno.

La scala di quegli sforzi e delle loro conseguenze appare oggi impressionante. Secondo il progetto Costs of War della Brown University, in vent’anni le guerre post-9/11 sono costate agli Stati Uniti oltre 8.000 miliardi di dollari (circa tre volte il PIL attuale dell’Italia), le persone che vi hanno perso la vita sono quasi un milione (circa metà dei quali civili), senza contare oltre tre milioni di morti indirette dovute agli effetti economici, sanitari, ambientali di quei conflitti. Queste stime vanno valutate con estrema cautela, ma restituiscono quantomeno un ordine di grandezza dei costi e delle perdite di quelle che vennero chiamate forever wars, “guerre eterne”.

Oggigiorno sono numerosi gli osservatori che ritengono che gli obiettivi politici associati a quell’ambizioso impegno assunto dagli Stati Uniti a livello internazionale siano andati incontro a un clamoroso insuccesso. L’immagine forse più emblematica di tale traiettoria è quella della ritirata precipitosa da Kabul nell’agosto del 2021, con il ritorno al potere dei Talebani dopo 20 anni in tutto l’Afghanistan. Nel Paese, peraltro, continuano a operare organizzazioni terroristiche di matrice jihadista come la stessa al-Qaeda e lo Stato Islamico – Provincia del Khorasan, in un quadro di ridotta visibilità per i servizi di intelligence stranieri.

Secondo alcuni studiosi la postura internazionale assunta da Washington a seguito dell’11 settembre avrebbe persino condotto alla crisi dell’intero progetto di egemonia internazionale degli Stati Uniti, erodendo quel capitale di potere e di prestigio che il paese aveva ottenuto in dote dal fatto di essere rimasta l’unica superpotenza nella fase di momento unipolare seguita alla fine della Guerra Fredda.

Qualunque sia il giudizio su quella stagione politica complessa, essa appare ormai in larga misura superata. Se è vero che in Medio Oriente la guerra a Gaza si è aperta il 7 ottobre 2023 con l’offensiva di un’organizzazione che è anche terroristica e che gli Stati Uniti sono ancora impegnati, al fianco di Israele, in un conflitto armato nella regione, tuttora irrisolto, è altrettanto evidente che terrorismo e lotta al terrorismo non costituiscono più la chiave di volta della politica estera di Washington e in generale della politica internazionale, nemmeno in Medio Oriente.

L’evoluzione della minaccia terroristica

Gli attentati suicidi dell’11 settembre ebbero anche l’effetto di trasmettere al mondo un’immagine piuttosto precisa della minaccia terroristica di matrice jihadista: una sequenza coordinata di attacchi catastrofici, a opera di un’organizzazione transnazionale con una struttura allora gerarchica e una leadership riconoscibile, protetta da una base territoriale sicura e capace di pianificare per anni un’operazione complessa e spettacolare.

A venticinque anni dall’11 settembre, la minaccia jihadista è ancora vitale, ma ha cambiato forma, adattandosi alle nuove condizioni: appare, nel complesso, più decentralizzata, più fluida e per molti aspetti più difficile da decifrare.

L’evoluzione del fenomeno procede con andamento irregolare. Secondo gli ultimi dati del Global Terrorism Index, nel 2025 le vittime del terrorismo nel mondo sono diminuite del 28%, a 5.582, e gli attacchi di quasi il 22%, a 2.944; è il livello più basso dell’intera serie storica, che inizia dal 2007, su scala globale. In Occidente le vittime sono state 57 (circa l’1% del totale), con un incremento rispetto alle 15 vittime registrate nell’anno precedente.

Quasi il 70% dei morti registrati nel 2025 si concentra in appena cinque Paesi (Pakistan, Burkina Faso, Nigeria, Niger e Repubblica Democratica del Congo) e oltre il 50% nella regione del Sahel. Come questi dati suggeriscono, il terrorismo jihadista è arretrato in alcune regioni, soprattutto in Medio Oriente, ma si è radicato in altre, specialmente nell’Africa subsahariana, dove conflitti e tensioni già esistenti, povertà, fragilità statale e frontiere porose possono offrire spazi di intervento e opportunità a vari gruppi jihadisti.

Un insieme di reti transnazionali

Una prima trasformazione rilevante maturata in questi 25 anni riguarda l’assetto organizzativo del fenomeno e le sue ricadute geografiche. Il jihadismo non ha più un unico centro di gravità. Lo Stato Islamico, emerso da una scissione con al-Qaeda, continua a operare come un attore transnazionale articolato su più livelli: un nucleo centrale, branche regionali, reti locali e singoli sostenitori. Analogamente, al-Qaeda conserva gruppi affiliati, talora capaci di combinare in autonomia l’uso della violenza con il controllo del territorio e la capacità di adattamento alle condizioni politiche locali.

Allo stesso tempo, come accennato, la violenza si sta concentrando in determinate aree geografiche, con una prevalenza dell’Africa subsahariana, divenuta nuova frontiera del jihadismo. Nel Sahel, in particolare, alcune formazioni jihadiste non si limitano a compiere attacchi: esigono tasse, impongono blocchi economici, intervengono nelle controversie locali e stringono alleanze tattiche con attori separatisti. L’ampia offensiva condotta in Mali nell’aprile 2026 da Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, gruppo affiliato ad al-Qaeda, in coordinamento con forze a prevalenza tuareg, ha mostrato quanto il confine tra terrorismo, guerriglia e competizione per il controllo del territorio possa essere sottile.

La vitalità delle formazioni attive nell’Africa subsahariana ha anche attirato la simpatia e il favore di jihadisti residenti in altre regioni. Alcuni di essi hanno mostrato persino interesse a unirsi a tali gruppi armati sul terreno, sebbene ad oggi il flusso di aspiranti foreign fighters (“combattenti stranieri”) verso l’Africa sia molto limitato e comunque non paragonabile a quello emerso ai tempi del Califfato territoriale in Siria e Iraq (pari a oltre 40.000 persone).

Analogamente, le guerre che hanno martoriato il Medio Oriente dal 7 ottobre 2023 ad oggi, pur avendo certamente attratto l’attenzione di militanti e simpatizzanti estremisti, non hanno provocato una significativa mobilitazione jihadista sul campo, come era invece avvenuto dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003 e dopo lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011.

Un altro recente segnale d’allarme viene proprio dalla Siria, uno dei principali epicentri del jihadismo di questo secolo. All’inizio di quest’anno il sistema di detenzione del nordest del Paese è collassato: dal campo di al-Hol sono fuggite circa 20.000 persone (principalmente donne e minori) considerate legate allo Stato Islamico. Secondo le informazioni disponibili, l’IS ha cercato di approfittare di questi stravolgimenti per rafforzare i propri ranghi nel Paese – paradossalmente guidato oggi da un ex combattente jihadista.

La minaccia in Occidente

In Occidente il quadro è molto diverso. Nel medio periodo, il jihadismo appare tendenzialmente in flessione rispetto ai picchi della metà degli anni 2010 e assume in prevalenza una forma per così dire “liquida”: a essere protagonisti della minaccia terroristica sono singoli radicalizzati o, al più, piccoli gruppi, solitamente interessati a compiere attacchi con tecniche poco sofisticate, tempi di preparazione brevi, armi rudimentali o altri mezzi facilmente reperibili, e bersagli scarsamente protetti, spesso civili selezionati opportunisticamente in luoghi pubblici. Sulla base delle informazioni disponibili mancano quindi le capacità e le risorse che hanno consentito di portare a termine gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti.

Nel suo ultimo rapporto annuale sul terrorismo, del 13 luglio, Europol ha registrato 24 “attacchi terroristici jihadisti” nell’Unione europea nel 2025: nove portati a termine (di cui otto con coltelli) e 15 sventati. Tutti gli attacchi portati a termine sono stati compiuti da singoli individui. Nello stesso anno sono state arrestate 347 persone per reati legati al terrorismo jihadista.

La minore complessità e sofisticazione dei piani di attacco in Occidente non significa che il livello di pericolo sia trascurabile: armi da taglio, veicoli o, più raramente, armi da fuoco possono provocare un numero significativo di vittime e possono produrre un effetto psicologico sproporzionato rispetto ai mezzi impiegati. Lo ha ricordato drammaticamente la strage di Bondi Beach a Sydney, il 14 dicembre 2025, in cui 15 persone sono state uccise da una coppia di attentatori (padre e figlio) in occasione di una celebrazione ebraica.

È inoltre importante ricordare che in questi anni stanno ritornando in libertà militanti che erano stati condannati e incarcerati a vario titolo per attività di sostegno alla causa jihadista ai tempi del Califfato territoriale o in anni precedenti. Alcuni di loro potrebbero essere ancora pericolosi. Un esempio significativo di tale rischio è rappresentato dall’aggressione con un coltello avvenuta all’Arco di Trionfo di Parigi il 13 febbraio di quest’anno per mano di un jihadista francese che era stato scarcerato appena qualche settimana prima, dopo aver scontato 13 anni di reclusione per terrorismo.

L’abbassamento dell’età

Una seconda trasformazione saliente riguarda il profilo degli autori. In particolare, le informazioni disponibili dai paesi occidentali suggeriscono un significativo abbassamento dell’età nei percorsi di radicalizzazione e nel coinvolgimento in attività terroristiche di matrice jihadista. Per esempio, secondo il rapporto di Europol, nel 2025 ben 108 dei 347 arrestati nell’Ue per reati jihadisti avevano diciotto anni o meno. Il Global Terrorism Index stima, inoltre, che nel medesimo anno il 42% delle indagini legate al terrorismo in Europa e Nord America abbia riguardato bambini e adolescenti, con una percentuale triplicata rispetto al 2021. Sono dati e stime da trattare con cautela, anche perché definizioni e sistemi di rilevazione variano da paese a paese, ma indicano una tendenza evidente e preoccupante.

Per inciso, vale la pena osservare che queste fasce d’età non hanno evidentemente alcun ricordo diretto né esperienza personale della tragedia dell’11 settembre e delle sue conseguenze.

Il processo di “ibridazione”

Una terza trasformazione riguarda la natura dei percorsi di radicalizzazione e dei richiami ideologici. In molti casi, quantomeno in Occidente, il punto di entrata all’estremismo violento non coincide più con l’ingresso in un’organizzazione, ma è rappresentato da un’esperienza personale di graduale avvicinamento, spesso online. Tale percorso può essere segnato, specialmente per i più giovani, da una combinazione variabile di ricerca di identità e di appartenenza, isolamento sociale, risentimento personale, fascinazione per la violenza e consumo abituale di contenuti estremi.

In aggiunta, le ideologie estremistiche “tradizionali”, come appunto il jihadismo, sempre più spesso vengono, per così dire, smontate e ricomposte in un processo di ibridazione: richiami al jihadismo possono quindi convivere, in maniera apparentemente paradossale, con riferimenti neonazisti, occultisti o satanisti, misogini e/o complottisti, all’insegna della massima trasgressione possibile, pur senza formare una dottrina coerente. Questo registro di apparente incoerenza dei riferimenti mette in discussione i confini ideologici su cui esperti e operatori sul campo avevano imparato a orientarsi. Manifestazioni gravi e inquietanti sono già apparse anche in Italia, con soggetti che frequentano comunità digitali estremistiche, ostentano pure forme di estremismo violento “nichilista”, incitano alla violenza e sono persino disponibili a pianificare ed eseguire attacchi, anche in contesti scolastici.

L’impatto dell’innovazione tecnologica

La quarta trasformazione rilevante è di natura tecnologica. Nel 2001 la rete aveva un peso limitato nel jihadismo e non vantava ancora una natura pienamente interattiva. Oggi occupa invece una posizione cruciale: non è soltanto il luogo in cui si produce e distribuisce propaganda estremistica, ma è anche lo spazio nel quale si possono costruire identità, coltivare relazioni sociali e formare comunità (ad esempio, sulle piattaforme di gaming), accumulare riconoscimento e reputazione sociale, raccogliere fondi, condividere istruzioni operative e selezionare bersagli per attacchi. Nonostante le difficoltà incontrate negli ultimi anni, lo Stato Islamico conserva un ecosistema online composito e diffuso, capace di rigenerarsi, almeno in parte, dopo eventuali rimozioni.

In questo contesto le crisi internazionali, dalla guerra a Gaza al conflitto con l’Iran, possono essere prontamente utilizzate in modo strumentale come fattori di amplificazione e di mobilitazione: consentono di incrementare la produzione di contenuti propagandistici, ravvivano la competizione tra organizzazioni jihadiste rivali e alimentano gli incitamenti all’uso della violenza contro i nemici.

L’intelligenza artificiale generativa tende ad ampliare queste possibilità. Consente di produrre immagini e video, effettuare traduzioni rapidamente, adattare messaggi a pubblici diversi, facilitare ricerche online e ridurre il costo di alcune attività. Sarebbe tuttavia un errore confondere ciò che è tecnicamente immaginabile con ciò che è già operativamente disponibile. Le analisi più prudenti suggeriscono, per ora, soprattutto un incremento di scala, velocità ed efficienza di attività già note, non una sorta di rivoluzione delle capacità terroristiche. Ad oggi, i gruppi violenti, compresi quelli jihadisti, continuano a preferire strumenti più familiari e semplici da utilizzare. Oltretutto, non tutti gli attori guardano alla tecnologia allo stesso modo. Alcuni contributi recenti rilevano che al-Qaeda e Stato Islamico adottano l’IA con atteggiamenti diversi: l’una più cauta e diffidente, l’altro più favorevole e più propenso a sperimentare. Presumibilmente, almeno nel breve periodo, il rischio più concreto non consiste quindi nell’improvvisa comparsa di capacità operative radicalmente nuove ma nel progressivo abbassamento delle barriere tecniche per attori privi di competenze specialistiche. Una dinamica simile si può applicare ad altre tecnologie sempre più accessibili, come droni e stampanti 3D.

Una risposta da aggiornare

Molte delle risposte inaugurate o potenziate dopo il 2001 possono essere ancora utili per fronteggiare il terrorismo, nel rispetto dello stato di diritto e delle libertà fondamentali: istituzione di organi e agenzie specializzati, cooperazione di polizia e giudiziaria, scambio di informazioni e dati, contrasto del finanziamento, protezione delle infrastrutture e capacità investigative per individuare e interrompere un piano terroristico continuano a salvare vite.

Sarebbe pericoloso disinvestire in questo campo delicato soltanto perché oggi la minaccia non appare più così visibile in Occidente. Tale rischio non è soltanto ipotetico: negli ultimi mesi Washington, per esempio, ha disposto il ritiro degli Stati Uniti dal Global Counterterrorism Forum ed è stato criticato per aver rimosso personale da incarichi antiterrorismo o averlo assegnato ad altre funzioni e per aver ridotto i finanziamenti federali per la prevenzione del terrorismo.

Al tempo stesso, anche un uso eccessivamente esteso o politicizzato della categoria sfuggente di “terrorismo” può risultare controproducente, rischiando di condurre alla dispersione di energie e risorse limitate e all’indebolimento della fiducia necessaria alla cooperazione tra stati alleati.

In generale, occorrerebbe affinare e aggiornare la strategia di risposta con pazienza e lungimiranza, adattandola a reti disperse, ambienti digitali e percorsi individuali ibridi e più rapidi. In particolare, secondo numerosi studiosi ed esperti, vanno ulteriormente rafforzati i programmi di prevenzione che mirano a evitare che un individuo a rischio abbracci un percorso di radicalizzazione o, se lo ha già abbracciato, che possono aiutarlo ad abbandonare tale percorso volontariamente. Queste iniziative mirate, complementari all’antiterrorismo tradizionale, richiedono il contributo di attori della società civile, a partire dalla scuola e dai servizi sociali. Esse vanno anche sottoposte a una rigorosa valutazione della loro efficacia. Inoltre, sono necessarie migliori capacità di analisi dei circuiti finanziari e, non ultimo, una cooperazione più strutturata con le piattaforme online.

Il jihadismo ha cambiato volto dal 2001, mutando assetto organizzativo, distribuzione geografica, profilo degli attori, percorsi di radicalizzazione. Prevenire e contrastare efficacemente questa minaccia significa conservare le migliori capacità costruite dopo il 9/11 e al tempo stesso adattarle a un fenomeno in continua trasformazione.

Il rapporto finale della Commissione nazionale di indagine sull’11 settembre, pubblicato nel 2004, individuò notoriamente nel “fallimento dell’immaginazione” degli apparati di sicurezza degli Stati Uniti una delle cause, tra le altre, di quella catastrofe. Nella recente review di quel rapporto e delle sue raccomandazioni, del 31 agosto 2026, il Comitato sull’intelligence della Camera dei rappresentanti ha ribadito questo punto, con riferimento al pericolo rappresentato dal terrorismo ma anche dalle attuali “minacce ibride”. Nelle parole della review, “il prossimo 11 settembre potrebbe non assomigliare all’11 settembre, ma il suo impatto potrebbe essere altrettanto grave”. Oggi buona parte della sfida consiste nello sviluppare e “istituzionalizzare” le capacità per “immaginare” l’inatteso, senza trasformare ogni possibilità in allarme, preservando strutture, competenze e risorse adeguate anche quando il terrorismo non occupa più il centro della scena.

Francesco Marone

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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